Queste cose qui, intendo, di poter sfogliare i libri online. Non me le devono fare. Mannaggia.
Che io questo librone nuovo di Pietro Citati (“La malattia dell’infinito”, una raccolta di saggi sulla letteratura del Novecento) l’ho visto l’altro giorno in vetrina, e mi son detta Toh! Che bella copertina kandinskijana!, e che bel titolo, anche. Sull’autore invece ho avuto qualche perplessità, perché da quando ho letto sul retro di copertina di “Firmino” (il topo di biblioteca di Sam Savage) il commento di Citati che lo definiva un “capolavoro”, ecco, va da sé che Citati mi è caduto molto, ma molto molto. Poi mi son convinta che Citati non l’abbia neanche letto, Firmino, e che abbia scritto quel commento solo perché gliel’hanno chiesto in fretta e furia e lui doveva dire per forza qualcosa di carino. Ecco. Io spero sia andata così (non sarebbe ugualmente corretto, ma almeno la mia stima nei confronti di Citati potrebbe rimanere quasi intatta). Leggi il resto!
Lo ammetto: molte delle “manie” solitamente - e genericamente - imputate ai bibliofili tendo a sopportarle con fatica.
La possessività morbosa e il chiodo fisso della “proprietà privata”; l’attenzione quasi prevalente per l’oggetto in sé rispetto al contenuto; la frenesia dell’accumulo; la cura maniacale, che fa aprire il volume quel tanto necessario per riuscire a leggere, senza però rischiare di compromettere l’integrità della costola, e che aborrisce ogni “segno” che possa testimoniare l’avvenuta lettura del libro (orecchie alle pagine, sottolineature, note a margine e via dicendo: tutte cose che io amo tantissimo, invece); l’avversione per lo scambio, il prestito, le biblioteche pubbliche (che per me invece son cose proprio sacrosante); eccetera.
Unica eccezione, la “sindrome da acquisto compulsivo”, verso la quale mi mostro fin troppo clemente… ma solo perché ne sono colpevolmente affetta, e a dei livelli da competizione, per giunta ;-)
Alla luce di questo, un libro come “Il morbo di Gutenberg” avrebbe potuto risultarmi un po’ ostico. E invece no, è stata una lettura piacevolissima, grazie alla levità e delicata ironia con cui viene affrontato l’argomento, anche quando si sofferma sulle manifestazioni più “integraliste” di questo morbo sui generis. Leggi il resto!
All’altezza di pagina 28, mi ero velocemente appuntata quanto segue:
…il racconto di Kien, di quando da bambino si nascose in una libreria per far sì che lo “dimenticassero” lì l’intera notte: il suo sfilare uno ad uno i libri dagli scaffali, con emozione, lo sforzo nel cercare di leggere i titoli nell’oscurità; e la paura, poi, di tutti quei fantasmi che la notte si rifugiano tra i libri e leggono, leggono, tra scricchiolii e fruscii di carta appena sfiorata. …l’episodio del taccuino delle “Scempiaggini”, in cui Kien annota di soppiatto tutto ciò che vuole dimenticare: «Cominciava con data, ora e luogo. Seguiva l’avvenimento che doveva illustrare ancora una volta la scempiaggine degli uomini»…
Questo per dire che, sul principio, questo libro mi pareva avere tutte le carte in regola per conquistarmi: questi due episodi avrebbero dovuto sommarsi a tutti gli altri, per confluire poi in un commento entusiasta.
Questo mi aspettavo, all’inizio.
Poi, però, con il procedere della lettura, ha iniziato ad imporsi con sempre maggiore fermezza una sensazione di insofferenza, prima, e di vero e proprio rigetto, poi. A pagina 300 mi sono imposta di portarlo a termine, ma solo per non dovermi, in futuro, sentire in dovere con la mia coscienza di lettrice di riprenderlo in mano.
Morale della favola: non mi ha persuasa. Finito con fatica, e con gran sollievo. Spiego meglio il perché. Leggi il resto!
Una sfidina tranquilla e leggera, che consiste nel leggere 4 libri di 4 autori diversi, purché vincitori di un Nobel per la letteratura (elenco cronologico di tutti i premiati, su Wikipedia).
Durata sfida: 1° novembre 2008 - 31 marzo 2009
Sfida terminata il: 13 gennaio 2009
La mia lista:
1) Knut Hamsun, Sotto la stella d’autunno (Nobel 1920) ★★
(in comune con la Sfida dell’area geografica sconosciuta)
Motivazione per l’assegnazione del Nobel: «…per il suo monumentale lavoro, Il risveglio della Terra» Leggi il resto!
Lo faccio sempre, o quasi. Quando ho in programma la visita di una nuova città, mi piace prestare ascolto a chi la conosce meglio di me, e ne parla e ne scrive in libri ibridi, in bilico tra guida turistica, zibaldone di pensieri, diario di viaggio, divagazione colta e incantata rêverie. Mi piace, una volta raggiunta la mia mèta, esplorare ciò che ho intorno con in mente l’eco di pensieri altrui, di suggestioni, di ricordi, di fantasticherie. Così non si è mai soli, anche quando lo si è. E la sensibilità, esortata e stuzzicata da tali letture, si dispone con maggiore pazienza e curiosità all’ascolto di ciò che ogni città ha da raccontare.
Perché ci sono città spigliate, quasi irritanti nella loro intraprendente sicurezza di sé, che ti accolgono solerti gettandoti al collo coroncine di fiori tremendamente kitsch, riempiendoti le mani di pacchiani souvenirs e proponendoti con frizzi e lazzi percorsi obbligati quanto consumati, esauriti dall’indifferenza con cui sono stati percorsi infinite volte. Ma ci sono anche città introverse, pragmaticamente indifferenti alle tue costruttive e candide intenzioni di viaggiatore indiscreto, che quando arrivi ti salutano distrattamente con un cenno un po’ scocciato, con frasi del tipo: “Mbè? E tu che ci fai qui? Ora non aspettarti che io sprechi il mio tempo ad intrattenerti, ad allettarti: ho altro da fare, io. Ad ogni modo, già che sei qui, benvenuta“. E basta. Sta a te, in questi casi, andare in cerca di una confidenza maggiore, vincendo il diffidente distacco che nasce dall’inevitabile estraneità. Ecco: Milano, secondo me, è decisamente una città di questo tipo. Leggi il resto!
Scusate, vado un po’ di fretta. Ma ormai ho preso questa abitudine di prendere appunti sulla mia sgangherata esistenza, per evitare di dimenticarmi chi sono, cosa faccio, dove sto andando. E quindi. Disordinato e fugace aggiornamento:
1) stamattina, prima della lezione di Storia medievale, ho telefonato ad una persona di cui non avevo notizie da tre mesi (e con la quale, prima di questi tre mesi, ho condiviso tre anni di vita, seppure in maniera un po’ originale). L’ho aggredita con la scostumatezza che mi è propria, in preda ad una incazzatura repentina quanto irrefrenabile, circa una situazione che a rigor di logica non mi avrebbe dovuto minimamente riguardare (anche questo è un mio marchio di fabbrica). Gli ho detto che lo odio, e che mi manca, e che gli voglio bene, e che sono tremendamente gelosa. Giusto o sbagliato che sia, e a prescindere dalle eventuali conseguenze che tutto questo potrà avere, l’ho fatto. E mi sono sentita meravigliosamente bene, dopo. Io non la sopporto, la diplomazia. (dannata indole passionale del cavolo: i tre quarti delle mie sventure esistenziali dipendono da lei). Leggi il resto!
In questi giorni, tra una lezione e l’altra (menzione d’onore per il corso di Storia della miniatura: il più affascinante di questo primo semestre), ho pensato: e pensare che prima facevo una trasferta al mese, e ora invece no, passa un sacco di tempo tra un vagabondaggio e l’altro. Non va mica bene questa cosa qui.
Allora mi son messa d’impegno per definire incontrovertibilmente la destinazione della mia prossima trasfertina, così da mettere il futuro davanti al fatto compiuto, che è sempre la miglior cosa (quasi sempre, ok).
Prima di tutto, ho fatto due conti: da qui a Natale mi posso concedere solo un’uscita in terra straniera. Quindi, mi son detta, a maggior ragione va scelta con estrema oculatezza. E fin qui.
Sono partita con l’intenzione di attenermi stoicamente al “programma” previsto per novembre, che era in sostanza quello di dibattermi come una balena spiaggiata - la sofferenza sarebbe più o meno la stessa; sulla stazza invece non mi pronuncio - tra i brandelli del mio amaro passato rimasti impigliati tra Tivoli (Roma) e dintorni: soprattutto Villa Adriana e Villa Gregoriana, a voler essere precisi. Però, ho pensato, c’è sempre tempo per soffrire più di quanto non stia già soffrendo. Per fortuna ho un’autonomia di dolore non indifferente: con un “pieno” vado avanti anni e anni. Per ora siamo a otto. E scusatemi se è poco (si ride per non piangere, ovvio. Che tanto ormai, piangere, serve a poco). Quindi: rimandiamo. Prima opzione depennata. Leggi il resto!
Son belle, le domeniche col raffreddore (a parte il raffreddore, s’intende).
Son belle perché ti senti autorizzata a lamentarti tantissimo (almeno: io mi lamento tantissimo. Sono assolutamente certa di soffrire ben oltre ogni altro essere umano, col raffredore), e, tra un lamento e l’altro, ad occupare il tempo dedicandoti alle cose più sceme. Quindi, considerato che una giornata così scema non può non avere il suo degno coronamento nell’essere la sola e unica protagonista di un post ancor più scemo…: eccovi serviti! :mrgreen:
Prima di tutto, ho fatto una cosa che non mi spiego come mai non mi fosse venuta la voglia prima, di farla: ho cercato la mia casa su Google Earth. Solo che, essendo una campagnola doc, digitando il nome della vallata in cui abito, non usciva niente; a digitare il nome della via - che poi si chiama come la vallata - , peggio che mai. Allora ho cercato il paesino più vicino, e ho seguito passo passo la strada che faccio di solito per tornare a casa: e l’ho trovata (foto 1). La parte biancastra che si vede sulla sinistra, è tutta vigna. Tra l’altro proprio ieri hanno iniziato a vendemmiare. E la mamma ha ricominciato a fare la schiacciata con l’uva (che tanto, un grappolino in più o in meno, non manderà certo in rovina l’azienda agrituristica proprietaria dei vigneti :lol: ). Solo che io non la posso mangiare perché mi danno noissima i semi. E’ inutile che mi dicano di buttarli giù senza masticare. A me mi viene da masticarli lo stesso. Destino crudele. Leggi il resto!
Cominciamo con la levità di una favoletta. Si intitola “Io” (tratta da “La filosofia in quarantadue favole” di Ermanno Bencivenga).
«C’ero una volta io, ma non andava bene. Mi capitava di incontrare gente per strada e di scambiarci due parole, e per un po’ la conversazione era simpatica e calorosa, ma arrivava sempre il momento in cui mi si chiedeva “Chi sei?” e io rispondevo “Sono io”, e non andava bene. Era vero, perché io sono io, è la cosa che sono di più, e se devo dire chi sono non riesco a pensare a niente di meglio. Eppure non andava bene lo stesso: l’altro faceva uno sguardo imbarazzato e si allontanava il più presto possibile. Oppure chiamavo qualcuno al telefono e gli dicevo “Sono io”, ed era vero, e non c’era un modo migliore, più completo, più giusto di dirgli chi ero, ma l’altro imprecava o si metteva a ridere e poi riagganciava.
Così mi sono dovuto adattare. Prima di tutto mi sono dato un nome, e se adesso mi si chiede chi sono rispondo: “Giovanni Spadoni”. Non è un granché, come risposta: se mi si chiedesse chi è Giovanni Spadoni probabilmente direi che sono io. Ma, chissà perché, dire che sono Giovanni Spadoni funziona meglio. Funziona tanto bene che nessuno mai mi chiede chi è Giovanni Spadoni: si comportanto tutti come se lo sapessero. Leggi il resto!
La frasetta che fa da titolo è troppo geniale per essere mia. L’ho vista sfrecciare fuori dal finestrino del treno, ieri, graffita su una di quelle barriere anti-rumore tutte tempestate di silhouette di rondini, e ho riso io, al posto della vita. Secondo me è grandiosa (la frase. non la vita. ovviamente).
Ora: ieri, dopo averla letta, ho provato a metterla in pratica. Ho sfoderato il mio sorriso migliore, ho atteggiato le mie manine sante in posizione-solletico e mi son data da fare. La Vita, per tutta risposta, non si è scomposta di un millimetro; in compenso mi ha squadrata con aria commiserativa, poi, con piglio austero, mi ha cortesemente rivolto la seguente domanda retorica: «io vorrei sapere che cazzo ridi» (scusatela: è una Vita necessariamente scurrile). E fine lì. Ci son rimasta un po’ male, ma in fondo, come darle torto.
Per cercare di scrollarla un po’ dal suo malinconico torpore, infatti, ieri le ho fatto questa proposta: «Vita, perché oggi non ci rechiamo allegramente in segreteria di Lettere e Filosofia per vedere come sta messa la nostra carriera universitaria? Non avevamo detto di provare a rituffarci nello studio matto e disperatissimo? E allora, dai: animo!». Non l’avessi mai fatto :| . Leggi il resto!
* Emanuele Severino, un Grande Vecchio dal fascino eccezionale. Durante la sua lectio magistralis piazza Grande era strapiena, non c’erano più neanche posti in piedi (e già questa è una cosa che emoziona). Io ho capito un quarto di quanto ha detto, com’era prevedibile (non perché non si sentisse, ma proprio perché non c’arrivavo: nel caso aveste dei dubbi in proposito. Ma non credo), ma l’ho ascoltato in estasi, ipnotizzata dalla sua voce grave e dalla sua classe e dal suo ingegno e dal suo eloquio lento e sicuro e dal suo volto intenso proiettato sullo schermo gigante (tra l’altro ora ha i capelli più lunghi, ed è se possibile ancora più bello). Io quest’uomo qui lo voglio come marito, o come fidanzato, o come zio, o come babbo, o come nonno - pensavo mentre parlava. Per un’oretta, ve lo confesso, son stata innamorata. Talmente innamorata, da farmi venire la voglia impellente di leggermi diligentemente i tre volumi della sua Storia della filosofia che ho in libreria da tempo immemorabile. Ma siccome sono una femmina proverbialmente volubile, il buon proposito è già sfumato. Però vi prego di credermi: è stato un amore fugace, ma ardente (la foto non è mia eh. Se gli fossi arrivata così vicino, probabilmente avrei trovato il coraggio di dichiararmi e ora non sarei qui a raccontarvi di quest’amore platonico perché saremmo già fuggiti insieme, io e lui, e ci staremmo librando incontro ad un futuro magari non tanto lungo, e forse neanche granché comunicativo…ma interessante. Sicuramente interessante. Almeno per me. Per lui così così). Leggi il resto!
Son pronta per un’immersione filosofico-fantasiosa in quel di Modena. Domani mattina salgo sul mio consueto regionalino che impiega 1 ora e 53 per fare Firenze-Bologna (!), con destinazione la mia terza edizione del Festivalfilosofia, che quest’anno ha per tema la fantasia. Chissà perché, ho il sospetto che questo atunno-inverno ne avrò un gran bisogno, di immaginazione; meglio farne scorta, allora, riempirsene le tasche finché c’è posto.
Sono contentissima di andarci, anche se non sembra. Il fatto è che mi sono beccata il virus gastrointestinale proprio alla vigilia della partenza, perciò ho il brio di uno zombie col maldistomaco: sto tamponando la situazione a forza di Plasil, e spero in bene :? Nel frattempo barcollo e ho i pensieri ridotti in pappetta (mi sa che si intuisce ;-) ). Leggi il resto!
Finalmente, il clima autunnale che tanto ho invocato si è degnato di arrivare. Eppure sono triste, di una tristezza dolce, ma risoluta, implacabile.
Fuori il cielo grigio affretta il calare della sera, e io indosso di nuovo la mia felpa fucsia con la zip; stanotte mi sono svegliata infreddolita e ho riesumato la mia copertina di pile verde acido dall’armadio, e le ultime sigarette alla finestra prima di andare a dormire finiscono più lentamente, per godersi i brividi del buio, e questa malinconia inasprita che nessuno vede, che nessuno indovina.
Sento pian piano tornare a galla le mie piccole, infantili voglie d’autunno: le infornate di biscotti al cocco e cacao, la cioccolata calda al pepe, l’infuso di mela e cannella, i bagni caldi al ginepro e al pino; aromi accoglienti come una coperta morbida entro cui sono solita raggomitolarmi per difendermi dal freddo (qualsiasi freddo), pur sapendo che non basta. Non basta.
E tornano anche le nostalgie, certo. Eccome se tornano. Leggi il resto!
La sfida consiste nel leggere 5 libri (di 5 autori diversi) che appartengano alla letteratura di un’area geografica - regione, nazione o continente - più o meno “sconosciuta” e di cui vorremmo quindi approfondire la conoscenza.
L’area geografica “sconosciuta” che ho scelto è… la Scandinavia!
Durata sfida: 1° novembre 2008 - 31 marzo 2009
Sfida conclusa il: —
La mia lista:
1) Pär Lagerkvist, La mia parola è no (Svezia)
(in comune con la Sfida dell’alfabeto)
2) Arto Paasilinna, L’anno della lepre (Finlandia)
3) Björn Larsson, Il porto dei sogni incrociati (Svezia) ★★
(in comune con la Sfida viaggi & viaggiatori)
4) Knut Hamsun, Sotto la stella d’autunno (Norvegia) ★★
(in comune con la Sfida dei premi Nobel)
5) Per Olov Enquist, Il libro di Blanche e Marie (Svezia) ★★★
Leggi il resto!
Io, quando leggo un libro smaccatamente “di culto” come questo, e alla fine non mi piace quasi per niente, confesso che ci rimango sempre un po’ delusa. Ma tant’è. A me questo libro mi ha lasciata proprio “tiepidina”, come si dice.
Sarà che la fantascienza non è mai stata ai vertici della mia classifica dei generi (tranne doverose eccezioni, come Fahrenheit 451, tanto per). Sarà che lo “humor britannico” mi può strappare anche qualche sorriso, ma dopo un po’ mi annoia, e, per me, lascia il tempo che trova. Sarà che in questo libro ci son tutte e due le cose, e allora non potevo pretendere chissà che. Boh. Sono perplessa. Leggi il resto!
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