Archivio per libri & letture

  • Camus | Enquist | Barbero - 13 gennaio 2009

    Immagine di La morte feliceAlbert Camus - La morte felice
    «Nella crisalide della Morte felice si formava la larva dello Straniero», scrive Jean Sarocchi a proposito di questo testo. Camus gli negò a suo tempo l’imprimatur, considerandolo appunto solo un abbozzo di quella che divenne poi la sua opera più celebre: una sorta di laboratorio, quindi, in cui lo scrittore assemblò materiale abbastanza eterogeneo e slegato, radunò le idee senza preoccuparsi troppo di raggiungere una coerenza interna, per poi passare oltre.
    Il protagonista, che ha già il nome di Patrice Mersault, mi è parso un personaggio ibrido e contraddittorio: uno “straniero” a metà, un cinico in piena crisi d’identità. Algido e distaccato alla bisogna (per esempio nel compiere senza batter ciglio il delitto che apre il romanzo), ma al contempo animato da un preciso progetto di vita orientato nientemeno che verso la conquista di un’esistenza felice, e di una morte di pari grado. Proprio questa sua riflessione regala alcune perle di disincantata verità (almeno per la sottoscritta): «Per essere felici, ci vuole tempo, molto tempo. Anche la felicità è una lunga pazienza. E il tempo ce lo ruba il bisogno di denaro. Il tempo si compera. Tutto si compera. Essere ricchi significa avere tempo per essere felici quando si è degni di esserlo»; «Se in arte bisogna sapersi fermare, se viene sempre un momento in cui una scultura non deve più essere toccata e se per questo è più utile a un artista una certa ottusità che le più duttili risorse della chiaroveggenza, ci vuole anche un minimo di ottusità per plasmare una vita felice. Quelli che non l’hanno, la conquistino». …Parole sante!, che persuadono prese isolatamente, ma finiscono per stridere a contatto con il resto del romanzo. Leggi il resto!

  • Barbero | Dürrenmatt | Hamsun - 29 dicembre 2008

    Immagine di 9 agosto 378Alessandro Barbero - 9 agosto 378. Il giorno dei barbari
    Se in passato mi avessero detto che prima o poi mi sarei letta un libro su una battaglia della Tarda antichità, avrei riso. E invece non solo me lo sono letto, ma mi è pure piaciuto un sacco. Tiè.
    La battaglia in questione è quella di Adrianopoli, combattutasi nel 378 nella provincia romana della Tracia, a poca distanza da Costantinopoli, tra l’esercito romano capitanato da Valente imperatore d’Oriente (ci scappa pure la filastrocca), e le tribù dei Goti, che, minacciate dalle scorrerie degli Unni, avevano passato il Danubio in cerca di asilo sul suolo romano. L’avvenimento fu di capitale importanza: fu da questo momento in poi che i romani capirono che c’era poco da fare, contro l’avanzata dei “barbari”, e che di fermarli militarmente non se ne parlava proprio; un punto di svolta tale che, per alcuni storici, è da considerarsi come la data più plausibile per decretare la fine dell’Antichità e l’inizio del Medioevo, in forza della radicale alterazione di ogni equilibrio preesistente. Mi rendo conto che, detta così, la faccenda può non parere granché emozionante: un minimo di curiosità sull’argomento ci deve pur essere per godersi a dovere la lettura, certo. Ma Barbero è davvero un ottimo divulgatore, e riesce a coinvolgere con uno stile chiaro e discorsivo, rigoroso nei contenuti al pari di un saggio, ma piacevole e avvincente come un racconto. Io me lo sono proprio goduto, nonostante non sia certo un’esperta di battaglie tardoantiche né di Impero romano, credetemi ;-) Leggi il resto!

  • Jean-Marie Gustave Le Clézio, Il verbale - 5 dicembre 2008

    Immagine di Il VerbaleIl protagonista di questo romanzo si chiama Adam Pollo. E’ un giovane uomo in stato confusionale, che non sa bene neanche lui se abbia disertato un esercito o se sia invece evaso da un manicomio. Un bel giorno, decide di darci un taglio con il resto del consorzio umano, e si ritira in una villa disabitata sul mare, su un’assolata collina della Costa Azzurra. Passa il tempo oziando, perlopiù: disteso nudo su una sdraio posta in faccia all’orizzonte, davanti alla finestra, impegnato in astruse elucubrazioni su quanto sia brutta e insincera la vita dell’uomo moderno e più o meno incomprensibili stati allucinatori camuffati da profonda osservazione del reale colto nelle sue più minime sfumature. Ha uno sbertucciato quaderno giallo intitolato “Mia cara Michèle”, in cui scrive lettere ad una sorta di fidanzata-amante-qualcosa del genere che ogni tanto si fa viva, lo va a trovare, ci fa sesso e una passeggiata sul mare (non necessariamente in quest’ordine) e gli lascia i soldi per andare avanti per qualche tempo. Adam Pollo fuma un sacco di sigarette e prende l’abitudine di seguire un cane che vagabonda per la città; ogni tanto si infila anche in un centro commerciale e si inventa i nomi dei musicisti per mettere in difficoltà le commesse del reparto dischi e veder loro la nuca quando si girano per cercare l’incisione inesistente. Leggi il resto!

  • Suggestioni medievali - 4 dicembre 2008

    Suggestioni medievaliDunque: io avrei deciso. Con sconsiderato anticipo, ma avrei comunque già deciso.
    Che se un giorno mai riuscirò ad arrivare alla fine del mio corso di laurea in Storia e tutela dei beni artistici, io, la tesina - perché ora si chiaman “tesine” e non più “tesi” - la voglio fare in Storia dell’arte medievale. Primo punto fermo.
    Ma non è tutto. Ho deciso anche che, salvo ripensamenti dell’ultim’ora (che sono la mia specialità), dovrà avere a che fare con… [rullino i tamburi e tambùrino i rulli] …. la rappresentazione iconografica dei mesi nella pittura medievale! Dite la verità che fa figo detto così, che sembra quasi una cosa seria! Seria, ma totalmente inutile: per questo credo mi calzi a pennello ;-) Leggi il resto!

  • Jacques Le Goff, Il Medioevo - 2 dicembre 2008

    Immagine di Il MedioevoUna lettura agevole e chiara, che mi è stata di grande aiuto a mo’ di “ripasso” per l’esame di Storia medievale: una panoramica a volo d’uccello su alcune tematiche essenziali del Medioevo (sviluppo economico e tecnologico, Chiesa e Stato, le città, il sistema feudale, il monachesimo etc.), con un’attenzione particolare a quegli aspetti che prefigurano quella che sarà, a grandi linee, la fisionomia dell’Europa moderna - dalla formazione degli Stati allo sviluppo della mentalità - , come da sottotitolo: “Alle origini dell’identità Europea”.

    Ci sono, va detto, spunti illuminanti - quanto fulminei: tre righe al massimo - circa diversi argomenti di fondamentale importanza: le crociate, per esempio, e il loro svelarsi in quanto operazioni eminentemente coloniali volte essenzialmente a “sfogare” la belligeranza dei popoli cristiani al di fuori della cristianità occidentale, e a conquistare nuove terre a fronte dell’aumento di popolazione europea (intenti neanche troppo dissimulati, a ben vedere); o l’apertura del sistema dei valori cristiani al capitalismo nascente, in un XIII secolo dominato dalla figura del mercante-banchiere, come una delle principali condizioni storiche dello sviluppo dell’Europa occidentale; e via dicendo. Leggi il resto!

  • Magda Szabò, La porta - 24 novembre 2008

    Immagine di La portaBello. Proprio bello. Sono sempre più d’accordo con Herman Hesse, quando, riferendosi alla Szabò, ebbe a consigliare: “comprate tutta la sua opera, quello che ha scritto e quello che scriverà” (che ormai coincide, nel nostro caso, con quello che avranno la bontà di tradurre).
    Tra i numerosi talenti di questa scrittrice, quello che forse apprezzo di più è la sua brillante capacità di dar vita a personaggi prepotentemente umani. I protagonisti dei suoi romanzi sfuggono ad ogni incasellamento, vivono di contraddizioni, hanno animi lacerati dai sentimenti più disparati e contrastanti. Sono anarchici nelle emozioni e nelle azioni, e proprio per questo tanto più “veri”, perché in fondo lo siamo un po’ tutti, così; o vorremmo poterlo essere, al di là di ogni forma imposta, nel bene e nel male. E se questa sua dote emerge limpidissima in “Via Katalin”, devo dire che qui, ne “La porta”, raggiunge vertici estremi.

    Il romanzo si apre con la descrizione di un incubo: una situazione di emergenza, una porta che non si riesce ad aprire, una richiesta d’aiuto impossibile da pronunciare; prosegue poi come un lungo flashback che ne spiega l’origine, raccontando l’inconsueto rapporto che si sviluppa tra due donne: Magda, un’affermata scrittrice, e Emerenc, portiera-governante-factotum, imprevedibile anima e fulcro di un’intera via. Quest’ultima è una figura di quelle che ti si imprimono in mente e lì restano, come divinità mitologiche severe e benevole al contempo: in ogni caso indiscutibili. Leggi il resto!

  • Björn Larsson, Il porto dei sogni incrociati (almeno nelle intenzioni) - 11 novembre 2008

    Mica me lo ricordavo che fosse così faticoso, studiare. Ho il cervello tutto incartapecorito (causa prolungato inutilizzo: mea culpa), dispettosamente refrattario all’assorbimento di Sapere. Faccio una fatica che non vi dico, anche perché ho la concentrazione di una Vispa Teresa. Come se non bastasse, in questi giorni coltivo mal di testa come geranei, tenaci e volenterosi, ben più di quanto riesca ad esserlo io (che poi, si dice ‘geranei’ o ‘gerani’? Boh, va bè, secondo me van bene tutti e due).

    Ma vado avanti, eh, ci mancherebbe. E con entusiasmo, pure! Perché, vedete, in teoria sono carica, lanciatissima; in pratica, invece, sono retrocessa ad uno stadio neanderthaliano (con tutto il rispetto per l’Homo neanderthalensis, che vedendomi potrebbe, a ragione, offendersi del paragone). Ma confido nel potere salvifico dell’abitudine e dell’allenamento. Anche se son quasi certa che allo scritto di Storia medievale mi presenterò in veste di Dilettante allo sbaraglio. Ma insomma, son esperienze anche quelle! Leggi il resto!

  • A me queste cose qui non me le devono fare… - 4 novembre 2008

    Queste cose qui, intendo, di poter sfogliare i libri online. Non me le devono fare. Mannaggia.
    Che io questo librone nuovo di Pietro Citati (“La malattia dell’infinito”, una raccolta di saggi sulla letteratura del Novecento) l’ho visto l’altro giorno in vetrina, e mi son detta Toh! Che bella copertina kandinskijana!, e che bel titolo, anche. Sull’autore invece ho avuto qualche perplessità, perché da quando ho letto sul retro di copertina di “Firmino” (il topo di biblioteca di Sam Savage) il commento di Citati che lo definiva un “capolavoro”, ecco, va da sé che Citati mi è caduto molto, ma molto molto. Poi mi son convinta che Citati non l’abbia neanche letto, Firmino, e che abbia scritto quel commento solo perché gliel’hanno chiesto in fretta e furia e lui doveva dire per forza qualcosa di carino. Ecco. Io spero sia andata così (non sarebbe ugualmente corretto, ma almeno la mia stima nei confronti di Citati potrebbe rimanere quasi intatta). Leggi il resto!

  • Mauro Giancaspro, Il morbo di Gutenberg - 2 novembre 2008

    Immagine di Il morbo di GutenbergLo ammetto: molte delle “manie” solitamente - e genericamente - imputate ai bibliofili tendo a sopportarle con fatica.
    La possessività morbosa e il chiodo fisso della “proprietà privata”; l’attenzione quasi prevalente per l’oggetto in sé rispetto al contenuto; la frenesia dell’accumulo; la cura maniacale, che fa aprire il volume quel tanto necessario per riuscire a leggere, senza però rischiare di compromettere l’integrità della costola, e che aborrisce ogni “segno” che possa testimoniare l’avvenuta lettura del libro (orecchie alle pagine, sottolineature, note a margine e via dicendo: tutte cose che io amo tantissimo, invece); l’avversione per lo scambio, il prestito, le biblioteche pubbliche (che per me invece son cose proprio sacrosante); eccetera.
    Unica eccezione, la “sindrome da acquisto compulsivo”, verso la quale mi mostro fin troppo clemente… ma solo perché ne sono colpevolmente affetta, e a dei livelli da competizione, per giunta ;-)

    Alla luce di questo, un libro come “Il morbo di Gutenberg” avrebbe potuto risultarmi un po’ ostico. E invece no, è stata una lettura piacevolissima, grazie alla levità e delicata ironia con cui viene affrontato l’argomento, anche quando si sofferma sulle manifestazioni più “integraliste” di questo morbo sui generis. Leggi il resto!

  • Elias Canetti, Auto da fé - 30 ottobre 2008

    Immagine di Auto da féAll’altezza di pagina 28, mi ero velocemente appuntata quanto segue:

    il racconto di Kien, di quando da bambino si nascose in una libreria per far sì che lo “dimenticassero” lì l’intera notte: il suo sfilare uno ad uno i libri dagli scaffali, con emozione, lo sforzo nel cercare di leggere i titoli nell’oscurità; e la paura, poi, di tutti quei fantasmi che la notte si rifugiano tra i libri e leggono, leggono, tra scricchiolii e fruscii di carta appena sfiorata. …l’episodio del taccuino delle “Scempiaggini”, in cui Kien annota di soppiatto tutto ciò che vuole dimenticare: «Cominciava con data, ora e luogo. Seguiva l’avvenimento che doveva illustrare ancora una volta la scempiaggine degli uomini»

    Questo per dire che, sul principio, questo libro mi pareva avere tutte le carte in regola per conquistarmi: questi due episodi avrebbero dovuto sommarsi a tutti gli altri, per confluire poi in un commento entusiasta.
    Questo mi aspettavo, all’inizio.
    Poi, però, con il procedere della lettura, ha iniziato ad imporsi con sempre maggiore fermezza una sensazione di insofferenza, prima, e di vero e proprio rigetto, poi. A pagina 300 mi sono imposta di portarlo a termine, ma solo per non dovermi, in futuro, sentire in dovere con la mia coscienza di lettrice di riprenderlo in mano.
    Morale della favola: non mi ha persuasa. Finito con fatica, e con gran sollievo. Spiego meglio il perché. Leggi il resto!

  • Maurizio Cucchi, La traversata di Milano - 21 ottobre 2008

    Immagine di La traversata di MilanoLo faccio sempre, o quasi. Quando ho in programma la visita di una nuova città, mi piace prestare ascolto a chi la conosce meglio di me, e ne parla e ne scrive in libri ibridi, in bilico tra guida turistica, zibaldone di pensieri, diario di viaggio, divagazione colta e incantata rêverie. Mi piace, una volta raggiunta la mia mèta, esplorare ciò che ho intorno con in mente l’eco di pensieri altrui, di suggestioni, di ricordi, di fantasticherie. Così non si è mai soli, anche quando lo si è. E la sensibilità, esortata e stuzzicata da tali letture, si dispone con maggiore pazienza e curiosità all’ascolto di ciò che ogni città ha da raccontare.
    Perché ci sono città spigliate, quasi irritanti nella loro intraprendente sicurezza di sé, che ti accolgono solerti gettandoti al collo coroncine di fiori tremendamente kitsch, riempiendoti le mani di pacchiani souvenirs e proponendoti con frizzi e lazzi percorsi obbligati quanto consumati, esauriti dall’indifferenza con cui sono stati percorsi infinite volte. Ma ci sono anche città introverse, pragmaticamente indifferenti alle tue costruttive e candide intenzioni di viaggiatore indiscreto, che quando arrivi ti salutano distrattamente con un cenno un po’ scocciato, con frasi del tipo: “Mbè? E tu che ci fai qui? Ora non aspettarti che io sprechi il mio tempo ad intrattenerti, ad allettarti: ho altro da fare, io. Ad ogni modo, già che sei qui, benvenuta“. E basta. Sta a te, in questi casi, andare in cerca di una confidenza maggiore, vincendo il diffidente distacco che nasce dall’inevitabile estraneità. Ecco: Milano, secondo me, è decisamente una città di questo tipo. Leggi il resto!

  • Ingeborg Bachmann, Il trentesimo anno - 3 ottobre 2008

    Immagine di Il trentesimo annoCominciamo con la levità di una favoletta. Si intitola “Io” (tratta da “La filosofia in quarantadue favole” di Ermanno Bencivenga).

    «C’ero una volta io, ma non andava bene. Mi capitava di incontrare gente per strada e di scambiarci due parole, e per un po’ la conversazione era simpatica e calorosa, ma arrivava sempre il momento in cui mi si chiedeva “Chi sei?” e io rispondevo “Sono io”, e non andava bene. Era vero, perché io sono io, è la cosa che sono di più, e se devo dire chi sono non riesco a pensare a niente di meglio. Eppure non andava bene lo stesso: l’altro faceva uno sguardo imbarazzato e si allontanava il più presto possibile. Oppure chiamavo qualcuno al telefono e gli dicevo “Sono io”, ed era vero, e non c’era un modo migliore, più completo, più giusto di dirgli chi ero, ma l’altro imprecava o si metteva a ridere e poi riagganciava.

    Così mi sono dovuto adattare. Prima di tutto mi sono dato un nome, e se adesso mi si chiede chi sono rispondo: “Giovanni Spadoni”. Non è un granché, come risposta: se mi si chiedesse chi è Giovanni Spadoni probabilmente direi che sono io. Ma, chissà perché, dire che sono Giovanni Spadoni funziona meglio. Funziona tanto bene che nessuno mai mi chiede chi è Giovanni Spadoni: si comportanto tutti come se lo sapessero. Leggi il resto!

  • Douglas Adams, Guida galattica per gli autostoppisti - 11 settembre 2008

    Immagine di Guida galattica per gli autostoppistiIo, quando leggo un libro smaccatamente “di culto” come questo, e alla fine non mi piace quasi per niente, confesso che ci rimango sempre un po’ delusa. Ma tant’è. A me questo libro mi ha lasciata proprio “tiepidina”, come si dice.
    Sarà che la fantascienza non è mai stata ai vertici della mia classifica dei generi (tranne doverose eccezioni, come Fahrenheit 451, tanto per). Sarà che lo “humor britannico” mi può strappare anche qualche sorriso, ma dopo un po’ mi annoia, e, per me, lascia il tempo che trova. Sarà che in questo libro ci son tutte e due le cose, e allora non potevo pretendere chissà che. Boh. Sono perplessa. Leggi il resto!

  • Chimamanda Ngozi Adichie, Metà di un sole giallo - 9 settembre 2008

    Di nuovo un romanzo profondamente radicato nelle vicende politiche e storiche di una nazione (la Nigeria, nella fattispecie), che parla di post-colonialismo, di indipendenza, di guerra civile, così come accadeva in “Chiara luce del giorno” della Desai per quanto riguarda l’India. Ma se in quest’ultimo romanzo i fatti concreti della Storia fungevano soprattutto da “quinte”, distanti e irreali, atte a racchiudere con la reticenza di una cornice le vicende dei protagonisti, senza però “invadere” eccessivamente il campo sospeso della narrazione, in “Metà di un sole giallo” la Storia non ha di queste premure: si insinua e lacera ogni più piccola fenditura, travolgendo ogni esistenza e guadagnandosi a tutti gli effetti il ruolo di co-protagonista.

    La bellissima e sensuale Olanna, l’eccentrico professore rivoluzionario Odenigbo, il fedele e coscienzioso Ugwu, la spigolosa e pragmatica Kainene, l’insicuro espatriato inglese Mr. Richard… Sono queste le principali voci che hanno il compito di narrare un brano di Storia racchiuso tra il 1960 e il 1970, tramite un controcanto di tempi e di realtà diverse che si compenetrano, pur mantenendo ben salde le rispettive fisionomie: l’Africa emancipata da una parte (sottoforma di rubinetti, università, libri, fornelli e disincanto), e quella dei ritmi naturali e senza tempo tipici della vita nei villaggi del bush; la fede in un unico Dio e nel “sapere che viene dai libri”, fianco a fianco con spiriti, formule e credenze proprie dell’animismo (una tipologia di culto che, tra parentesi, mi ha sempre affascinata tantissimo, per il rispetto incondizionato che riserva ad ogni elemento del mondo, sia esso un oggetto, un fenomeno, una pianta o un animale). Leggi il resto!

  • Amos Oz, La vita fa rima con la morte - 4 settembre 2008

    Immagine di La vita fa rima con la morteAll’inizio non mi aveva per niente convinta. Mi sembrava un classico “esercizio di stile”, un testo meta-letterario freddino, con poca anima, incapace di conquistare ed emozionare, con le sue domande sul perché si scrive, e come, e quando.

    Poi mi sono ricreduta. Nel giro di un pomeriggio (le pagine sono poco più di 100, si legge in fretta) questo libro mi ha svelato il suo vero “cuore”: un cuore malinconico e sofferto, ma mai cinico; tenero, piuttosto, che accarezza il naturale dolore di vivere con delicatezza e semplicità, e soprattutto con inesauribile umanità. Si tratta, in sostanza, di una sorta di autoritratto dell’autore fatto attraverso l’evocazione di numerosi personaggi tratteggiati con pochi ma intensissimi e determinanti tocchi. Leggi il resto!

  • Anita Desai, Chiara luce del giorno - 21 agosto 2008

    Immagine di Chiara luce del giornoE’ un romanzo immobile. E forse il suo merito maggiore sta proprio nella capacità di catturare il lettore fin dalla prima pagina (almeno, a me è capitato così), catapultandolo in un’atmosfera densa, sospesa, di indolente trascuratezza, di apatica attesa.

    Non accade poi molto: è una narrazione essenzialmente di ricordi, di sogni ed aspirazioni giovanili non realizzatesi nell’età adulta, di malinconie e sottili frustrazioni, orbitanti intorno ad una casa della Vecchia Delhi; mentre sullo sfondo si agita la travagliata storia dell’India: l’indipendenza dalla Corona inglese nel ‘47, l’assassinio di Gandhi, gli scontri tra indù e musulmani, la spartizione del territorio e la nascita del Pakistan come Stato indipendente a maggioranza islamica. Leggi il resto!