Archivio per malinconie & nostalgie
- «Lontano, abito lontano» - 15 settembre 2008
Finalmente, il clima autunnale che tanto ho invocato si è degnato di arrivare. Eppure sono triste, di una tristezza dolce, ma risoluta, implacabile.
Fuori il cielo grigio affretta il calare della sera, e io indosso di nuovo la mia felpa fucsia con la zip; stanotte mi sono svegliata infreddolita e ho riesumato la mia copertina di pile verde acido dall’armadio, e le ultime sigarette alla finestra prima di andare a dormire finiscono più lentamente, per godersi i brividi del buio, e questa malinconia inasprita che nessuno vede, che nessuno indovina.
Sento pian piano tornare a galla le mie piccole, infantili voglie d’autunno: le infornate di biscotti al cocco e cacao, la cioccolata calda al pepe, l’infuso di mela e cannella, i bagni caldi al ginepro e al pino; aromi accoglienti come una coperta morbida entro cui sono solita raggomitolarmi per difendermi dal freddo (qualsiasi freddo), pur sapendo che non basta. Non basta.E tornano anche le nostalgie, certo. Eccome se tornano. Leggi il resto!
- Note a margine e altre efferatezze - 10 agosto 2008
Rimettendo a posto i libri (o rovistando tra gli scaffali in cerca di quelli da vendere: per me ultimamente le due cose si equivalgono) ci si pone nella condizione di fare incontri imprevisti, e non sempre opportuni; le file più nascoste rivedono la luce, strizzano gli occhi e si stiracchiano, spingendo a galla libri di cui ci si era completamente dimenticati, o che si cercavano febbrilmente da tempo immemorabile, o che si erano scientemente occultati nella speranza che non balzassero più fuori.
Ci sono libri impregnati della vita di chi li ha letti; libri in cui la storia personale di ognuno si sostituisce a quella che vi è narrata all’interno, tramutandoli in sibillini simulacri du temps jadis, in grado di sortire lo stesso scombinante effetto di una fragrante madeleine inzuppata nel tè. Leggi il resto!
- Io, lettrice (e donna) scellerata - 28 luglio 2008
Più vado avanti, più mi rendo conto di come il rapporto che ho con i libri rifletta in maniera impressionante, pur su “scala minore”, il prototipo a cui si rifanno i rapporti che ho avuto, ho, e probabilmente continuerò ad avere fino alla fine dei miei giorni con le persone a cui mi lega una qualsivoglia specie di amore. Prototipo caratterizzato essenzialmente da un avvicendarsi schizofrenico, incoerente e immotivato di: euforico trasporto - cinico menefreghismo - impulsiva voluttà - arbitraria cattiveria - disarmante tenerezza - apatico distacco - sprezzante allontanamento - egoistica nostalgia - e poi di nuovo, da capo, in ordine sparso, e senza che il passaggio dall’uno all’altro sia motivato da riconoscibili e/o plausibili cause. E fin qui, ci siamo. Leggi il resto!
- Scoramento - 19 giugno 2008
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sco|ra|mén|to
s.m.
CO sentimento di sfiducia, di afflizione morale o spirituale, di avvilimento o di sconforto; perdita o mancanza di coraggio, di ottimismo, di fiducia in se stessi: farsi prendere dallo s.Quanto mi piacciono, le parole.
Ho sempre pensato di essere irrimediabilmente un po’ “dannunziana”, in questo: compiaciuta preda della loro sensualità e ridondanza tutte decadenti, del loro fascino musicale che tutto confonde, che tutto trasfigura. Che tutto nobilita.
Quante volte, grazie a loro, mi sono sentita una specie di eroina romantica, scandendo il dolore di turno con sillabe raffinate ed etimologicamente suggestive, invece di una banale e misera creatura “inetta alla vita”, per dirla con Svevo. Leggi il resto!- Ad ognuno la sua Chimera - 27 maggio 2008
chi|mè|ra, s.f.. Nella mitologia greco-romana: ‘mostro favoloso con corpo e testa di leone, una seconda testa di capra sorgente dalla schiena, e coda di serpente’. Comunemente usato in senso figurativo: ‘desiderio assurdo ma incrollabile, fantasia inverosimile, speranza o sogno irrealizzabile, privo di qualsiasi rapporto con la realtà’
«Sotto un grande cielo grigio, in una landa smisurata, polverosa, - senza sentieri, senza un filo d’erba, un cardo, un’ortica, - incontrai molti uomini che marciavano curvi.
Ognuno reggeva sul dorso una enorme Chimera, pesante come una sacca di farina o di carbone, come il bagaglio di un soldato romano.
Ma la belva mostruosa non era un peso inerte, anzi: avviluppava e soffocava il suo uomo con i suoi muscoli elastici, possenti; si artigliava coi suoi unghiami lunghi al petto del suo ciuco; e la sua testa mitologica incoronava la fronte dell’uomo, come uno di quegli elmi terrificanti coi quali i guerrieri arcaici speravano di accrescere nei nemici il terrore……Parlai con uno di questi uomini, e domandai dove andassero. Mi rispose di non saperne nulla, né lui né gli altri; ma che certo andavano da qualche parte, giacché erano fustigati da un invincibile bisogno di andare.
Cosa curiosa, nessuno di quei viaggiatori aveva l’aria irritata contro la bestia feroce avvinghiata al suo collo e incollata sul dorso; come se la pensassero parte del proprio corpo. E tutte quelle facce affaticate e pensose non mostravano alcuna disperazione: sotto la cupola spleenetica del cielo - i piedi affondati nella polvere di un suolo desolato al pari del cielo - loro marciavano, con la smorfia rassegnata di chi è condannato a sperare per sempre.
E il corteo mi passò di lato e sprofondò nell’aria dell’orizzonte, avanti, dove la superficie incurvata del pianeta sfugge alla curiosità dello sguardo umano.
Ancora qualche istante mi ostinai a voler comprendere quel mistero; ma presto l’irresistibile Indifferenza piombò su di me, e ne fui oppresso più pesantemente che quelli dalla loro schiacciante Chimera». (C. Baudelaire, Lo spleen di Parigi, VI)Sono giorni non miei. Non li riconosco.
Ma il peso sulla schiena,
quello un po’ sì.La mia Chimera ha nome e cognome, un tempo e uno spazio definiti.
E artigli più affilati e implacabili che mai.(e voi? come chiamate la vostra Chimera,
sempre che ne alleviate una?)- Lettere mai spedite #1 - 14 maggio 2008
Caro A. (l’iniziale puntata non servirebbe, ma fa atmosfera; lasciamola),
riesco a scriverti, nascosta dietro alla certezza che non mi leggerai, che non sai di questo mio angolo nascosto tra migliaia di altri. Scende una pioggia sottile, stasera; svogliata; che pare dire «io scendo eh, ma sia chiaro che non ne ho la minima voglia». La preferirei meno arrendevole, meno assuefatta alla fatalità della caduta. Meno rassegnata. Preferirei piuttosto lampi e tuoni, stasera; violenti e risoluti. Preferirei il coraggio di una tempesta a questa incertezza monotona e codarda, che non osa bagnare la terra. Mi ricorda troppo quella “disperazione calma, senza sgomento“, di cui leggemmo, insieme, tra i versi di Caproni. Mi ricorda troppo me.
Sai, oggi avevo bisogno di colori. Lo sai come sono, che ogni tanto mi prende così: esco dal mio nero cupo per vestirmi di tinte sgargianti. Le mie euforie repentine, te le ricordi? Il mio volermi inventare a tutti i costi la felicità, con quel mio modo irruente e vagamente disperato.
Insomma: per limitare al minimo l’ “impatto ambientale”, mi sono comprata un pigiama: ha i pantaloncini corti fucsia con sopra tante ranocchine verdi; e c’è pure una specie di canottiera, con la ranocchia più grande che dice «you drive me crazy» alla libellula che gli svolazza intorno, e ha gli occhi fosforescenti, la ranocchia, che al buio si illuminano (è inutile che ridi, ce l’ha proprio fosforescenti, giuro, li ho provati! Mi sono chiusa in bagno al buio apposta!).
«Sei buffa», mi avresti detto; mi avresti puntata - immobilizzata, spalle al muro e respiro veloce - con quel tuo sguardo tra il commosso e il divertito, avresti scosso appena quella tua testa nerissima e spettinata, mimando una solenne riprovazione: «Mattarella che non sei altro. Vieni qui. Fatti stringere un po’». Scriverlo è come viverlo, di nuovo, e ancora, e ancora. Mannaggia ai ricordi, Ale. Mannaggia a loro (ecco, uffa, lo sapevo che alla fine mi veniva da piangere…).
Sai cos’è, Ale: è che dopo di te, nella sequenza della mia memoria, è come se si fosse aperto un buco nero, in cui tutto precipita, senza ritorno. I volti dei tanti che ci sono stati tra te e l’oggi, io a malapena li ricordo. Ed è una cosa alquanto sconveniente. Non pare anche a te?
E senti, te la ricordi quella sera in cui mi leggesti una favola? Ero a casa tua, avevo il mal di denti e piangevo, e tra un lamento e l’altro ti chiesi «Ale, me la racconti una storia?». Prendesti un libro, di quelli da bambini: fiabe del bosco, o qualcosa di simile. «Me la puoi leggere in italiano?»: ti prendevo in giro, tu e il tuo romanesco che ti zampillava fuori anche se non volevi; ti canzonavo, solo per il gusto di sentirti ridere. Poi smisi di piangere, e credo che mi addormentai quando ancora stavi leggendo. La mattina dopo ripartii. Fu l’ultima volta che scesi a Roma, da te.Ok dai, si è fatto tardi. E tu magari già non mi ascolti più da un pezzo. Mi infilo le mie ranocchine nuove e vado a letto. Domattina sveglia prestissimo: operano mia sorella, e ha detto che vuole me, quando si risveglia dall’anestesia. Se non altro domani servirò a qualcosa. Se non altro.
Buonanotte.…(Ale, me la racconti una storia? Ma lunga eh. Che duri tanto. Tanto così. E anche in romanesco, va bene. Purché sia morbida. E senza lupi).
- Domenicaccia - 11 maggio 2008
Uff. Domenicaccia :???:
Da una parte mia sorella, in ospedale con il suo secondo “pneumo-torace” (niente di grave eh, per fortuna… Ma è pur sempre ricoverata con un tubo nel polmone, e per giunta in quel fatiscente reparto che è il Chirurgia toracica del Careggi di Firenze, in cui domani dovrò andare senza averne la minima voglia…piccola egoista che non sono altro…).
E dall’altra io. Io che…boh…io che…«…mi reggo tra passato ed avvenire
o com’è giusto, o come il cuore tollera.»Io che stasera non ho parole mie, e riesco a riconoscermi solo nei versi di un poeta morto (Luzi, nella fattispecie). E non è un buon segno. Io che mi conosco lo so, che non lo è affatto. Anche se un minuto fa, affacciata alla finestra per l’ultima sigaretta, ho scorto la prima lucciola, tra gli ulivi. E allora forse va bene così, che questa giornata antipatica si chiuda con l’intermittente bagliore di un ricordo d’infanzia. Un ricordo particolarmente scemo, tra l’altro. Tenero, ma scemo.
Da piccola l’arrivo delle lucciole era una festa. Una festa un po’ venale, a dir la verità. Correvo in giardino, eccitatissima all’idea di catturarne quante più possibile. Perché i bambini in fondo sono sempre un po’ stronzi, seppur con infinita delicatezza; e io non facevo eccezione. Poi, con tutte le precauzioni del caso, rinchiudevo le “prigioniere” sotto ad un bicchiere (ignorando l’intervento repentino di mio babbo, che appena salivo in camera le restituiva alla notte, sane e salve): ogni lucciola mi “fruttava” mille lire. Credevo che le “fabbricassero” in qualche misteriosa maniera, le banconote; che avessero in quei loro minuscoli corpicini un organo preposto alla loro creazione, una sorta di Zecca pret-à-porter (bisognerebbe che un giorno provassi a raccontarla ad uno psicanalista, questa cosa qui…chissà cosa mi ci tirerebbe fuori! :lol: )
Era ancora il tempo delle millelire marroncine, quelle con Marco Polo (emesse, leggo su Wikipedia, dal 1982 all’88): sbertucciate, ridotte a un velo sottile e molliccio: erano perfette per sembrare cacca di lucciola. E io così le chiamavo, le millelire. Ero certa che quella fosse la loro unica, vera e plausibile provenienza.
Fu geniale, Alberto Savinio, nell’intitolare uno dei suoi libri più belli Tragedia dell’infanzia: se continuassimo ad essere bambini anche da grandi, non conosceremmo confini. L’infanzia è una tragedia. Ma solo perché finisce. Indelicatezza imperdonabile, da parte sua.
E allora, tra il “passato” e “l’avvenire”, io stasera sto con il passato. Sto con la cacca di lucciola e con l’ingenuità che mi ci faceva credere ciecamente. Non sarà “giusto”, ma è ciò che “il cuore tollera”, stanotte. Buonanotte ai naviganti. E’ decisamente ora di dormire.- Ci sono sere in cui si fa più fatica… - 7 maggio 2008

Marc Chagall, Sera alla finestra (1950 - Galerie Rosengart, Lucerna)Ci sono sere in cui si fa più fatica. Specialmente quando c’è quel silenzio così terso e tiepido, quel silenzio che sa già un po’ d’estate, di gelato, di chiacchiere insonni e sottovoce, di complicità. Ci sono sere in cui vorresti che la telepatia fosse un fenomeno plausibile. E stringi a lungo gli occhi chiusi, con convinzione, e pensi forte, così forte che il pensiero quasi si muta in parola; come quando, da bambini, si è persuasi dell’infallibilità dei desideri. Come quando era permesso, crederci ancora. E tanto bastava a farli avverare.
Sere come questa, che guardi un quadro e vorresti farne parte, entrarci dentro e rimanere impigliato ai riverberi di quell’ora blu, anche se questo significasse restarci imprigionato per l’eternità. Sere in cui vorresti appendere il ricordo di un abbraccio a quello spicchio di luna in bilico, così che, ovunque si trovi la persona che ti manca - purché in questo mondo pesante e reale - riesca comunque a vederlo così come lo vedi tu. E a riconoscerlo, anche. Magari. Chissà. Chissà se cambierebbe qualcosa, ti chiedi. E hai l’accortezza di scordare di risponderti.
Ci sono sere, proprio identiche a questa, in cui vige una sorta di impunità benevola nei confronti delle illusioni più impavide e azzardate. E anche la fitta più profonda e aspra, alla fine, servirà comunque a farti esclamare “sono viva, almeno”.E la notte si acquattava nelle stanze,
animale ferito, trafitta dal nostro dolore.
(R.M. Rilke) - Ad ognuno la sua Chimera - 27 maggio 2008

