Archivio per gioie & attimi preziosi

  • Le cose buone di questi 3 giorni festivalieri - 23 settembre 2008

    * Emanuele Severino, un Grande Vecchio dal fascino eccezionale. Durante la sua lectio magistralis piazza Grande era strapiena, non c’erano più neanche posti in piedi (e già questa è una cosa che emoziona). Io ho capito un quarto di quanto ha detto, com’era prevedibile (non perché non si sentisse, ma proprio perché non c’arrivavo: nel caso aveste dei dubbi in proposito. Ma non credo), ma l’ho ascoltato in estasi, ipnotizzata dalla sua voce grave e dalla sua classe e dal suo ingegno e dal suo eloquio lento e sicuro e dal suo volto intenso proiettato sullo schermo gigante (tra l’altro ora ha i capelli più lunghi, ed è se possibile ancora più bello). Io quest’uomo qui lo voglio come marito, o come fidanzato, o come zio, o come babbo, o come nonno - pensavo mentre parlava. Per un’oretta, ve lo confesso, son stata innamorata. Talmente innamorata, da farmi venire la voglia impellente di leggermi diligentemente i tre volumi della sua Storia della filosofia che ho in libreria da tempo immemorabile. Ma siccome sono una femmina proverbialmente volubile, il buon proposito è già sfumato. Però vi prego di credermi: è stato un amore fugace, ma ardente (la foto non è mia eh. Se gli fossi arrivata così vicino, probabilmente avrei trovato il coraggio di dichiararmi e ora non sarei qui a raccontarvi di quest’amore platonico perché saremmo già fuggiti insieme, io e lui, e ci staremmo librando incontro ad un futuro magari non tanto lungo, e forse neanche granché comunicativo…ma interessante. Sicuramente interessante. Almeno per me. Per lui così così). Leggi il resto!

  • Mattinata fiamminga - 22 luglio 2008

    Quando mi accorgo di assomigliare ad una pentola a pressione in procinto di esplodere per eccesso di insofferenza, c’è solo una cosa da fare: chiamare in soccorso l’arte; la pittura, nella fattispecie. Già, perché a pensarci bene il mio legame con l’arte ha poco di “intellettuale” e molto, invece, di “fisiologico”: la assumo, quasi fosse una medicina.
    Dopo la delusione di qualche giorno fa con la mostra “Impressionismo. Dipingere la luce” (a Palazzo Strozzi fino al 28 settembre 2008; io ve la sconsiglio, ma fate voi), stamattina di buon’ora ci ho riprovato con “Firenze e gli antichi Paesi Bassi (1430-1530)” (Palazzo Pitti, fino al 26 ottobre 2008): sono uscita da quello scrigno di sfarzo candido che è la Sala Bianca di Palazzo Pitti fluttuando a una spanna da terra, tanto mi è piaciuta. Leggi il resto!

  • Les jeux sont faits! - 17 luglio 2008

    E rieccomi a casa! Alla fine dei conti sono tre settimane che sono a zonzo…sarà per questo che il ritorno è stato più “traumatico” del solito?… Domenica sono tornata dalla Svizzera, e, giusto il tempo di far migrare qualche maglietta dal trolley allo zaino, mi sono concessa una “due giorni in solitaria” in quel di Arezzo. Le mie trasferte estive, dunque, oggi si sono ufficialmente esaurite: les jeux sont faits! Fino al Festivalfilosofia di settembre (che quest’anno, per chi fosse interessato, avrà come tema la “fantasia”) non se ne riparla. Ce la farò?… Eh, per forza ce la farò :roll: Leggi il resto!

  • Uccello del Paradiso - 10 giugno 2008

    La Strelizia - chiamata anche “Uccello del Paradiso” - ha dei fiori ben strani.

    strelizia

    Stamattina - complice l’arrivo del mio nuovo gioiellino tecnologico che scalpitava per farsi un primo “giro di prova” - ho passeggiato in giardino con lo stupore di chi cerca di guardarsi intorno come fosse la prima volta. Mescolarmi alla natura mi fa sempre un gran bene: mi si riempie la testa di farfalline colorate e mi escono solo pensieri innocenti e buoni. Per una come me, che è riuscita a far del pensiero una malattia, è un bel sollievo.

    Per esempio, ho pensato che i fiori, nella loro frastornante naturalezza, sono una delle cose per cui vale davvero la pena vivere. Che se anche non trovi un senso, ti insegnano a fare senza. Che se anche tutto il resto va a ramengo, al cospetto di tanto gratuito incanto, non puoi non pensare “Ecco perché sono al mondo“. Non si può piangere di fronte a un fiore. Se non di meraviglia.

    strelizie

    Non sembrano un simpatico gruppetto di Gru Coronate, allertate da un rumore improvviso?
    Sono pronta ad entrare nell’Estate con il fervore impulsivo di un’ape in un fiore. Un po’ per piacere, un po’ per sopravvivere.

  • Je suis ‘mademoiselle’, s’il vuos plaît - 21 maggio 2008

    fontana tristeQuesta qui accanto, secondo me, è la fontana più addolorata di tutta Firenze. L’ho incrociata oggi, mentre mi dirigevo verso la Cappella Brancacci in piazza del Carmine, e son dovuta tornare indietro per scattarle una foto col cellulare. Poi però le ho chiesto anche scusa: mi sembrava di essere una specie di “sciacallo”, a fotografarla in quello stato. E dopo, a voler essere sinceri, ho anche pensato che magari esagero, a sentirmi solidale perfino con le fontane tristi: della serie che quasi quasi mi veniva da dirle «Dai, su, forza: che c’è che non va? Parliamone». Ho continuato la mia svagata marcia, riflettendo - non senza una punta di umanissima apprensione - sul mio stato attuale, su questo mio parossistico intenerirmi che pare abbia tutta l’intenzione di colonizzare spazi che non gli competono, fino ad abbracciare il taciturno regno delle cose inanimate. Leggi il resto!

  • Ora d’aria (oggi non lavoro) - 19 maggio 2008

    Io, se c’è una cosa che mi piace, è mangiare le ciliegie dall’albero.

    ciliegie

    Anche al mio Vecchio Cano, gli piace.

    vecchio cano

    E al mio Vecchio Tartarugo, pure.
    (lo sguardo vacuo, tradotto in linguaggio umano, suona tipo «Ma porca di quella porca: neanche una ciliegia in pace si può mangiare più, a questo mondo!»).

    vecchio tartarugo

    Io, oggi, mi sento di terra. Più mortale che mai. E piccola. Minuscola.
    Bambina proprio.

    Io ozio, ed esorto la mia anima,
    Mi chino e indugio ad osservare un filo d’erba estivo.
    (…) Credi e scuole in sospeso,
    Un po’ discosto, sazio di ciò che sono, ma mai
    dimenticandoli,
    Accolgo la natura nel bene e nel male, lascio che parli
    a caso,
    Senza controllo, con l’energia originale.
    (…)
    Esisto come sono. E ciò è sufficiente.

    (W. Whitman, Song of Myself)

    E se non fossi così triste, io di sicuro sarei felice.

  • Di note e di upupe… - 9 maggio 2008

    Ho rimandato L’arte di morire di Paul Morand per “trastullarmi” con due letture leggere leggere, in questi giorni. Che fanno compagnia senza richiedere eccessiva “serietà” o attenzione: come una chiacchierata svagata davanti a una tazza di caffè, che sta a suo agio tra una sigaretta e un sorso. E’ questo che, per il momento, preferisco.
    Tra una mezza giornata di lavoro e l’altra, passo ore calme e buone in giardino, quasi inconsapevoli, come fossi intenta ad una sorta di convalescenza paziente e silenziosa. Mi sento un po’ un personaggio della Montagna incantata di Mann: mi circonda un’atmosfera sospesa, densa di parole solo pensate, di idee astratte, ma anche di piccoli, fondamentali bagliori di meraviglia. Di quelli che con la loro purezza incondizionata talvolta riescono a farmi esclamare, seppure con il mio solito beneficio del dubbio: «forse ne vale un po’ la pena. Forse»,

    Ieri, per esempio, mentre stavo leggendo all’ombra, ad un tratto mi sono arrivate lievi folate di note: Mrs. Robinson di Simon & Garfunkel; qualcuno che lavorava nella vigna e si teneva compagnia con un po’ di radio, probabilmente. Ho posato il libro e l’ho ascoltata - ora più chiara, ora più lontana e indistinta, a seconda della direzione del vento -, e canticchiata, godendomi quell’inattesa colonna sonora. L’ho accolta con le mani aperte, come un regalo. Un attimo prezioso e fragile.
    Poco dopo, un’upupa si è posata a pochi centimetri da me: lo sento spesso, il suo verso inconfondibile, nei pressi del mio giardino; ma raramente riesco a scorgerla, e mai l’avevo avuta così vicina.

    upupa

    Probabilmente ero così immobile e intenta nella lettura da essermi quasi “mimetizzata” col verde che mi circondava, ecco perché, sentendosi al sicuro, mi ha gironzolato un po’ intorno, prima di alzare repentinamente la sua buffa cresta a ventaglio e volar via. “Aligero folletto“, la chiamò Montale: folletto alato; rivalutando la sua magia, spesso offuscata da una fama cattiva quanto insensata di “uccello dei morti”. In questo mi è sorella, l’upupa. Tutte e due, con la nostra ingiusta “lettera scarlatta” cucita sul cuore.

    Upupa, ilare uccello calunniato
    dai poeti, che roti la tua cresta
    sopra l’aereo stollo del pollaio
    e come un finto gallo giri al vento;
    nunzio primaverile, upupa, come
    per te il tempo s’arresta,
    non muore più il Febbraio,
    come tutto di fuori si protende
    al muover del tuo capo,
    aligero folletto, e tu lo ignori.

    (E. Montale)