Camus | Enquist | Barbero
Albert Camus - La morte felice
«Nella crisalide della Morte felice si formava la larva dello Straniero», scrive Jean Sarocchi a proposito di questo testo. Camus gli negò a suo tempo l’imprimatur, considerandolo appunto solo un abbozzo di quella che divenne poi la sua opera più celebre: una sorta di laboratorio, quindi, in cui lo scrittore assemblò materiale abbastanza eterogeneo e slegato, radunò le idee senza preoccuparsi troppo di raggiungere una coerenza interna, per poi passare oltre.
Il protagonista, che ha già il nome di Patrice Mersault, mi è parso un personaggio ibrido e contraddittorio: uno “straniero” a metà, un cinico in piena crisi d’identità. Algido e distaccato alla bisogna (per esempio nel compiere senza batter ciglio il delitto che apre il romanzo), ma al contempo animato da un preciso progetto di vita orientato nientemeno che verso la conquista di un’esistenza felice, e di una morte di pari grado. Proprio questa sua riflessione regala alcune perle di disincantata verità (almeno per la sottoscritta): «Per essere felici, ci vuole tempo, molto tempo. Anche la felicità è una lunga pazienza. E il tempo ce lo ruba il bisogno di denaro. Il tempo si compera. Tutto si compera. Essere ricchi significa avere tempo per essere felici quando si è degni di esserlo»; «Se in arte bisogna sapersi fermare, se viene sempre un momento in cui una scultura non deve più essere toccata e se per questo è più utile a un artista una certa ottusità che le più duttili risorse della chiaroveggenza, ci vuole anche un minimo di ottusità per plasmare una vita felice. Quelli che non l’hanno, la conquistino». …Parole sante!, che persuadono prese isolatamente, ma finiscono per stridere a contatto con il resto del romanzo.
Concludendo: sono sempre un po’ perplessa circa l’effettiva convenienza di pubblicazioni del genere per il “lettore comune”; un testo come questo avrà certo il suo gran valore a livello di “documento” (e potrà far la gioia di ogni studioso), ma al di là di questo mi sembra una lettura in fin dei conti superflua: tanto vale leggersi direttamente Lo straniero, dico io, seguendo il consiglio implicito dello stesso Camus. [ Giudizio: ★★ | Letto per la sfida: dei premi Nobel ]
Per Olov Enquist - Il libro di Blanche e Marie
Strano libro davvero. L’impatto iniziale è stato negativo, a causa soprattutto dello stile di Enquist: Dacia Maraini, nella postfazione, elogia la sua prosa “precipitosa, contratta e convulsa”; ma io invece non la sopportavo, proprio per quel suo essere troppo concitata, con tutte le sue esortazioni, i suoi scoppiettii esclamativi. Poi invece mi è parso l’unico stile possibile, l’unico plausibile a fronte della forza e straordinarietà delle vicende narrate. E il mio giudizio è pian piano mutato di segno.
Blanche è Blanche Wittman, la più popolare paziente del dottor Charcot all’interno del celeberrimo ospedale psichiatrico femminile La Salpêtrière, passata alla storia come “la regina delle isteriche“. Marie è Maria Sklodowska Curie, prima donna della storia a ricevere il Nobel (per la Fisica, insieme al marito Pierre Curie nel 1903), e prima persona a ricevere anche il secondo (stavolta in Chimica, e da sola, nel 1911, per la scoperta del polonio e del radio). Enquist, evidentemente stregato da queste due figure eccezionali (proprio nel senso di “eccezioni”), dà vita ad una doppia biografia fittizia che prende le mosse da due licenze poetiche: la presenza di Blanche nella vita di Marie, in qualità di assistente di laboratorio, e l’esistenza di un “Libro delle domande”, sorta di diario redatto da Blanche; in realtà il diario non esiste, e pare che Blanche non abbia mai avuto a che fare con Marie Curie: non si tratta di un “romanzo documentario”, quindi, come invece capita talvolta di leggere. O meglio: si tratta di un romanzo documentario solo nella misura in cui, tramite la finzione letteraria, narra della condizione della donna a cavallo tra XIX e XX secolo, della nascita della psichiatria (nel testo appare un giovane Sigmund, a quel tempo realmente allievo di Charcot alla Salpêtrière) e delle grandi scoperte della fisica e della chimica dei primi del Novecento.
Parrà strano, a questo punto, concludere affermando come questo sia in fondo un romanzo essenzialmente sull’amore. E invece. Ma attenzione: l’amore disperato, l’amore brutto. L’amore, quando si rivela in grado di amputare un’esistenza al pari della misteriosa, letale eppure in un primo tempo così ammaliante luminescenza azzurrina del radio. QUI potete scaricare le prime pagine, leggere numerose recensioni e un interessante speciale su luoghi e protagonisti del romanzo. [ Giudizio: ★★★ | Letto per la sfida: della Scandinavia ]
Alessandro Barbero - Carlo Magno. Un padre dell’Europa
Confermo quanto avevo scritto per “9 agosto 378″ circa il dono della divulgazione che c’ha quest’uomo qui: ad avercene, come lui! Tanto da farmi sorgere il dubbio che se l’avessi conosciuto “in gioventù” avrei corso il rischio di diventare un’appassionata di Storia! ;-)
Il libro è senza dubbio “tosto” in quanto a mole di informazioni contenute, ma per il resto è un piacere: scorrevolissimo, non sfugge un collegamento, e alla fine si arriva ad avere una visione d’nsieme di inestimabile chiarezza. Nella prima parte Barbero ci introduce alla nascita dell’Impero carolingio a partire dall’ascesa dei “maestri di palazzo” del regno dell’Austrasia (uno dei regni che componevano il regno franco, nell’ex provincia romana della Gallia) verso la fine del VII secolo, attraverso le figure di Pipino II di Héristal, Carlo Martello e Pipino il Breve, che riuscirono a strappare il potere ai sovrani legittimi (i re merovingi, passati non a caso alla storia come “re fannulloni”) e a porre le basi per quella che sarà una delle più importanti entità politiche del Medioevo. Poi, con l’entrata in scena di Carlo Magno (re dei Franchi dal 768), Barbero si sofferma sulle dinamiche che portarono, la mattina di Natale dell’800, alla sua incoronazione ad imperatore del neonato Sacro Romano Impero: il patto di amicitia tra Franchi e Chiesa di Roma, le campagne militari contro i pagani (Sassoni, Musulmani, Àvari) e l’assoggettamento del regno Longobardo in Italia (avete presente l’Adelchi del Manzoni? Ecco, quelle cose lì), il conflitto con Bisanzio, la lotta per l’iconoclastia… Fino ad arrivare alla nascita di quello che sarà, sotto molti aspetti, il nucleo costitutivo dell’Europa moderna. Detti così potranno sembrare fatti ingarbugliati l’uno con l’altro, difficili da sbrogliare: ma vi assicuro che, una volta chiuso il libro, non c’è avvenimento che non sia scivolato, senza il minimo sforzo, esattamente al posto che gli spetta.
La seconda parte, infine, è una disamina dell’Impero carolingio sotto ogni aspetto: l’organizzazione amministrativa, l’economia, la cultura (la famosa “Rinascita carolingia”, con la sua rinnovata attività di copiatura di testi dell’Antichità classica e dei Padri della Chiesa negli scriptoria dei monasteri, con i suoi codici miniati sontuosi…), la strategia militare, la vita quotidiana… E il testo è zeppo di aneddoti, citazioni da documenti e capitolari coevi, nonché particolari più “leggeri” a proposito della figura di Carlo Magno: il suo carattere, le sue abitudini, il suo aspetto, le sue debolezze… Insomma: uno strumento di studio impeccabile, ma anche una lettura gradevolissima (e le due cose, spesso e volentieri, non vanno a braccetto). [ Giudizio: ★★★ | Percorso di lettura: suggestioni medievali ]

Molto interessanti sopratutto la morte felice…ciao e buona lettura