Magda Szabò, La porta
Bello. Proprio bello. Sono sempre più d’accordo con Herman Hesse, quando, riferendosi alla Szabò, ebbe a consigliare: “comprate tutta la sua opera, quello che ha scritto e quello che scriverà” (che ormai coincide, nel nostro caso, con quello che avranno la bontà di tradurre).
Tra i numerosi talenti di questa scrittrice, quello che forse apprezzo di più è la sua brillante capacità di dar vita a personaggi prepotentemente umani. I protagonisti dei suoi romanzi sfuggono ad ogni incasellamento, vivono di contraddizioni, hanno animi lacerati dai sentimenti più disparati e contrastanti. Sono anarchici nelle emozioni e nelle azioni, e proprio per questo tanto più “veri”, perché in fondo lo siamo un po’ tutti, così; o vorremmo poterlo essere, al di là di ogni forma imposta, nel bene e nel male. E se questa sua dote emerge limpidissima in “Via Katalin”, devo dire che qui, ne “La porta”, raggiunge vertici estremi.
Il romanzo si apre con la descrizione di un incubo: una situazione di emergenza, una porta che non si riesce ad aprire, una richiesta d’aiuto impossibile da pronunciare; prosegue poi come un lungo flashback che ne spiega l’origine, raccontando l’inconsueto rapporto che si sviluppa tra due donne: Magda, un’affermata scrittrice, e Emerenc, portiera-governante-factotum, imprevedibile anima e fulcro di un’intera via. Quest’ultima è una figura di quelle che ti si imprimono in mente e lì restano, come divinità mitologiche severe e benevole al contempo: in ogni caso indiscutibili.
L’infaticabile, granitica Emerenc, con la sua scopa di betulla e i suoi “piatti dell’amicizia”, con il suo imperativo di portare sollievo a chiunque ne abbia bisogno, uomini o animali che siano; buona di una bontà spietata perché incorrotta, sprezzante ogni convenzione ed etichetta; algida e pura come un diamante, eppure profondamente vulnerabile, irrimediabilmente scalfita. Emerenc e la sua indipendenza e dignità difese a costo della vita, e il suo modo di essere che non conosce diplomazia né compromessi, che ferisce e sragiona, che urla il proprio dolore, che accarezza e culla; Emerenc che spaventa perché sa amare senza ipocrisia, al di là di ogni convenienza e tornaconto personale, perché privilegia l’evidente valore dell’istante all’incerta eternità del paradiso.
Chiuso il libro, è questa la domanda che più ne accompagnerà il ricordo: quando ci mettiamo in testa l’idea di proteggere o “salvare” qualcuno, stiamo davvero cercando di proteggere chi amiamo, o non piuttosto, egoisticamente, solo noi stessi? Guardiamo al dolore dell’altro, o solo alla nostra timorosa coscienza? Emerenc risponderebbe con una delle sue lapidarie sentenze, sempre così dannatamente scomode, ma inconfutabili.
E’ un romanzo che parla di piccole e più o meno inconsapevoli ipocrisie quotidiane, capaci di tramutarsi in veri e propri delitti colposi; un romanzo di solitudini autodistruttive quanto comprensibili, di mondi autarchici custoditi dietro porte invalicabili che sono come mura merlate di castelli pronti all’assedio: perché il “fuori” è sempre lì, in agguato, pronto a sferrare l’attacco decisivo; e allora non resta che inventarsi un coraggio fulgido come la più impenetrabile delle armature, e un rifugio per recuperare credibilità e sangue freddo dopo ogni duello, in impassibile attesa della scoccata finale.
Un romanzo, forse sopra ogni altra cosa, sulla sconvenienza dell’amore; sul suo potere fatalmente distruttivo, sul suo rischio, nonostante tutto, così indispensabile.
«Avevamo una giovenca, con il pelo color del pane, l’avevo allevata io da quando era ancora una vitellina, insieme ai gemellini, per me era come se fosse un terzo bambino, il suo pelo era soffice come la seta, come i capelli dei gemelli, il naso rosa, morbido, profumava di latte, come loro due. Mi prendevano in giro perché mi seguiva dappertutto, ma un giorno bisognò venderla, mi chiusero in solaio, tolsero la scala da sotto per impedirmi di correrle dietro (…) Mi chiusero la porta a chiave ma io riuscii a scappare, sapevo che se vendevano la giovenca poi la portavano via in treno, così corsi alla banchina, e quando arrivai l’avevano già spinta nel vagone insieme alle bestie degli altri padroni. Lei là dentro muggiva, io urlai il suo nome, non avevano ancora chiuso il portellone, quando sentì la mia voce si lanciò verso di me. I bambini sono stupidi, non sapevo che cosa avrei combinato chiamandola. Si ruppe le due zampe anteriori, perché cadde di sotto, chiamarono lo zigano per ucciderla con un colpo in testa, mio nonno mi maledisse, era meglio fossi morta io invece di quella bestia preziosa, buona a nulla che non ero altro. La macellarono e la fecero a pezzi, mi obbligarono a guardare mentre la uccidevano e la squartavano, non mi chieda quel che provai, imparai soltanto una cosa, non bisogna mai amare nessuno perdutamente perché altrimenti si causa la sua rovina. Se non è prima, sarà poi. La cosa migliore è non amare mai nessuno, perché così lui non si butta giù da un vagone e non lo fai ammazzare»
***
Giudizio: ★★★★
Letto per la sfida: della poesia dorsale
Un salto in libreria:
“Via Katalin” (ne ho parlato qui)
“La ballata di Iza”

Ecco un libro da inserire nella lista dei libri che ho intenzione di comprare, adesso che vengo in Italia.
Da quello che hai scritto deduco che mi acchiapperà.
Ciao