Maurizio Cucchi, La traversata di Milano

Immagine di La traversata di MilanoLo faccio sempre, o quasi. Quando ho in programma la visita di una nuova città, mi piace prestare ascolto a chi la conosce meglio di me, e ne parla e ne scrive in libri ibridi, in bilico tra guida turistica, zibaldone di pensieri, diario di viaggio, divagazione colta e incantata rêverie. Mi piace, una volta raggiunta la mia mèta, esplorare ciò che ho intorno con in mente l’eco di pensieri altrui, di suggestioni, di ricordi, di fantasticherie. Così non si è mai soli, anche quando lo si è. E la sensibilità, esortata e stuzzicata da tali letture, si dispone con maggiore pazienza e curiosità all’ascolto di ciò che ogni città ha da raccontare.
Perché ci sono città spigliate, quasi irritanti nella loro intraprendente sicurezza di sé, che ti accolgono solerti gettandoti al collo coroncine di fiori tremendamente kitsch, riempiendoti le mani di pacchiani souvenirs e proponendoti con frizzi e lazzi percorsi obbligati quanto consumati, esauriti dall’indifferenza con cui sono stati percorsi infinite volte. Ma ci sono anche città introverse, pragmaticamente indifferenti alle tue costruttive e candide intenzioni di viaggiatore indiscreto, che quando arrivi ti salutano distrattamente con un cenno un po’ scocciato, con frasi del tipo: “Mbè? E tu che ci fai qui? Ora non aspettarti che io sprechi il mio tempo ad intrattenerti, ad allettarti: ho altro da fare, io. Ad ogni modo, già che sei qui, benvenuta“. E basta. Sta a te, in questi casi, andare in cerca di una confidenza maggiore, vincendo il diffidente distacco che nasce dall’inevitabile estraneità. Ecco: Milano, secondo me, è decisamente una città di questo tipo.

La prima volta che la visitai, nel gennaio 2006, l’unico cicerone di cui mi avvalsi fu Aldo Nove, con il suo libretto “Milano non è Milano” (Laterza, collana ControMano): un ritratto cittadino tenero e scanzonato, ben radicato nel presente, tratteggiato con lo stile finto-ingenuo da bambino delle elementari che è la cifra inconfondibile di Aldo Nove, che o si ama tantissimo, o si odia di più (già che ci siamo: visto che probabilmente non mi capiterà più di parlare di Aldo Nove, vi segnalo quello che secondo me è il suo libro migliore: “Amore mio infinito”. Dolcissimo, disarmante. Che quando chiede Ve lo ricordate, l’amore infinito?, io mi commuovo sempre un po’, perché probabilmente me lo ricordo. Uno di quei libri a cui sono legata a filo doppio in maniera candidamente acritica. Ecco. Fine della segnalazione).

Stavolta, in previsione della trasferta meneghina di dicembre, mi è venuta voglia di rimpinguare la mia scorta di suggestioni con altri titoli, altri sguardi. Il primo che ho incrociato è quello di Maurizio Cucchi - scrittore, poeta, critico letterario, nonché co-curatore dell’antologia “Poeti italiani del Secondo novecento” per i tipi della Mondadori - , impegnato nella sua “Traversata di Milano”, appunto.
Lo dico subito: il libro non mi ha entusiasmata. Ed è un peccato, considerate le premesse:

«Milano è la città ideale per andare a passeggio. Non ti aggredisce, non ti stuzzica molesta con l’esibizione delle sue meraviglie. Ti lascia camminare in pace, libero e trasognato. Non si impone a tutti i costi, non dissemina le sue vie di monumenti e bellezze accattivanti. Milano è riservatissima, ed è lo spazio ideale per il flâneur.»

Pensandola nello stesso identico modo, non potevo non esaltarmi di fronte a questo poeta che, indossati i polverosi e romantici panni del flâneur - colui che passeggia senza mèta, lasciandosi confondere e stupire da incontri fortuiti e marginali rivelazioni, con la mente aperta e curiosa, dove non manca mai lo spazio per fantasie ed emozioni; colui che, “così come l’uomo più avventuroso, quello che va per mare, sa già al momento del ritorno, che l’indomani, se appena potrà, ritornerà in cammino” - ci offre la sua compagnia in maniera così affabile e invitante. Lo spirito “giusto”, per come lo intendo io, c’è eccome, non si discute.

A maggior ragione dispiace scoprire di avere tra le mani un testo che finisce spesso per rivelarsi appassionante quanto un trattato di toponomastica: i passi un po’ più suggestivi annegano in un fiume troppo impetuoso di vie, piazze e chiese che dicono ben poco al lettore non milanese, in un eccesso di nomi di artisti minori appena accennati e personaggi che, quando non si tratti di “grandi milanesi” nazionalmente noti (o adottivi tali, come il francese Henri Beyle/Stendhal, sulla cui lapide campeggia, per sua volontà, l’aggettivo “milanese”), risultano troppo impastati alle memorie personali dell’autore per poter attrarre l’interesse di chiunque altro.
Si sente, che Cucchi ce l’ha nel cuore e negli occhi, l’anima di Milano: ma non riesce a trasmettercene che pochi, isolati e fuggevoli frammenti, difficili da trattenere.
Altro aspetto in cui secondo me Cucchi indulge un po’ troppo è la nostalgia: quella tensione continua a voler “grattare via” il presente, ovunque si trovi, fino a che non gli appaiano i brandelli di un passato infinitamente più dignitoso e degno di attenzione di qualsivoglia presente; come se per apprezzare Milano fosse indispensabile astrarsi da quello che si ha effettivamente intorno, per crearsi un’immagine mentale di vicende e atmosfere che ormai, che ci piaccia o meno, non esistono più (come la storica libreria Einaudi, in Galleria, sostituita da - argh! - un sushi-bar; o come via Montenapoleone, luogo cardine dell’insurrezione antiaustriaca delle risorgimentali Cinque Giornate, presa in ostaggio ai giorni d’oggi dalle avvilenti e vacue apparenze dell’alta moda). Certo, la suggestione del passato aiuta, ed è auspicabile coltivarla per arricchire l’incontro con qualunque città: ma non deve arrivare a monopolizzare la sensibilità del viaggiatore, che così non potrà che trovarsi immerso in un mare di sterile amarezza. Una sintesi tra le due istanze - tra passato e presente - è difficile, ma doverosa, e senz’altro più appagante. A maggior ragione in una città “stratificata” all’inverosimile come Milano.

Sono assolutamente convinta che Milano volti le spalle con sufficienza al cospetto del turista; ma solo per poter abbracciare con maggior calore il viaggiatore che scelga di conoscerla al di là dei luoghi comuni che la opprimono. La ricompensa ripagherà, allora, di ogni iniziale fatica.
Ho un bellissimo ricordo della mia prima Milano, che spero si arricchirà ulteriormente grazie a questo nostro secondo incontro. In attesa delle nuove impressioni, mi piace ricordarla così, rievocando per immagini e parole l’emozione di una passeggiata in cima al Duomo, in un freddo e terso pomeriggio di gennaio, tra guglie, pinnacoli, archi rampanti e mostri di pietra:

«(…) La prospettiva si ribalta, volendo, e dall’alto si guarda in basso, con la stessa emozione, salendo (ascensore o scalette angosciantissime e non adatte a stomaci deboli) sul Duomo. Proprio “sul”, praticamente a cavalcioni. Non ci si limita ad affacciarsi ad una terrazzina appositamente resa accessibile al visitatore, ma si può esplorare in lungo e in largo quel bosco di marmo, fino ad arrivare al tetto vero e proprio, alla sommità, per abbracciare tutta Milano: gru, ciminiere fumanti, grattacieli, McDonald’s (40 in tutto). Da lassù tutto sembra più bello e quasi più “giusto”, ti guardi intorno e pensi “eccola qua, Milano. Uomini d’affari e grandi menti del Risorgimento, modelle e santi. Prendere o lasciare”, e forse più che in ogni altro angolo si coglie la doppia identità della città, si scorgono le contraddizioni e vi si ragiona su con animo predisposto alla sintesi pacifica, con quei santi eterni che vigilano dall’alto, non sulla città degli affari e del business, ma su quel patrimonio immenso di storia e cultura, su quella particolarissima poesia pragmatica di cui Milano a modo suo è portatrice. La Storia la percepisci, lassù in cima, impigliata tra quei ricami di pietra, rimasta lì a sventolare e a sfidare l’affievolirsi della memoria. Un’America in miniatura, dove da sempre si è arrivati rincorrendo la scia di un sogno: che si trattasse di un Ideale, di un posto di lavoro o del successo: Milano è gonfia delle speranze di generazioni. Questo, forse più che ogni altra cosa, la rende una Grande Città.» (tratto dall’articolo pubblicato su Nadir Magazine)

***
Giudizio: ★★
Letto per la sfida: viaggi & viaggiatori

Un salto in libreria:
“Il male è nelle cose”
“Jeanne d’Arc e il suo doppio”
“110 poesie per sopravvivere” (antologia poetica curata da Cucchi)

6 chiacchiere

vetsera scrive: Rispondi 22 ottobre 2008 - 07:29

Sai…da due anni circa a questa parte Milano è diventata una seconda città per me. E’ quasi certo che tra poco mi ci stabilirò. Prima di innamorarmi di un milanese non ci ero stata che due volte.
Quello che scrivi mi fa pensare…sì, perchè lasciare Torino mi distrugge un po’, e, benchè Milano non mi dispiaccia, ammetto che non ne sono innamorata. Proverò il tuo metodo, perchè a volte gli occhi degli altri possono diventare i nostri…grazie! :D

barbottina scrive: Rispondi 22 ottobre 2008 - 19:52

@vetsera: è un’ottima idea! Provare ad osservarla con gli occhi di chi l’ha amata, se non altro, dovrebbe col tempo fartela sentire un po’ più “vicina”, e sarà un buon punto di partenza per iniziare a conoscerla più intimamente e ad affezionartici per conto tuo :-)

Ti consiglio un altro libro: “Ascolto il tuo cuore, città”, di Alberto Savinio, un altro grande milanese d’adozione; qui trovi la scheda del libro sul sito Adelphi. Non credo si trovi più in commercio, io infatti mi sono già riproposta di prenderlo in biblio per riuscire a leggermelo prima di tornare a Milano.

Boh, magari a torto, ma io credo davvero che Milano sia una città della quale ci si può innamorare perdutamente, nonostante tutto. Molto più facilmente di tante altre città, come per esempio Firenze: io ci sono nata e ci vivo, eppure fatico a sopportarla. La trovo arrogante, stagnante, mummificata, insincera. Vive di rendita, e intanto si copre di ragnatele che a nessuno interessa togliere, neanche ai fiorentini stessi. E qui mi fermo per decenza :wink:

vetsera scrive: Rispondi 23 ottobre 2008 - 10:18

Grazie del nuovo consiglio! Sai, forse è più facile farmi trascinare dalle tue parole, visto che non sei di Milano. :wink:
Inoltre, la recente lettura di “Memorie di Adriano” mi sta spronando a guardare le cose, le nuove esperienze senza il solito fardello dei preconcetti…Milano sembra un buon punto di partenza!

barbottina scrive: Rispondi 24 ottobre 2008 - 17:30

@vetsera: decisamente! Mi pare che lo spirito sia quello giusto! Avvicinarsi a Milano aggirando i pregiudizi è difficile, eccome: ma ogni scintilla inattesa che scoprirai ti darà ancora più soddisfazione… O almeno, io ti auguro che sia così :D

Ivy scrive: Rispondi 12 novembre 2008 - 21:44

Che bel post, lo apprezzo veramente tanto! Io sono un’altra milanese di adozione, venuta qui per seguire il mio fidanzato. All’inizio non mi piaceva, così grande e dispersiva, ma ora ho imparato ad amarla!

barbottina scrive: Rispondi 13 novembre 2008 - 12:05

@Ivy: oh ma siete tutte emigrate per amore, allora!! :wink: