Ingeborg Bachmann, Il trentesimo anno
Cominciamo con la levità di una favoletta. Si intitola “Io” (tratta da “La filosofia in quarantadue favole” di Ermanno Bencivenga).
«C’ero una volta io, ma non andava bene. Mi capitava di incontrare gente per strada e di scambiarci due parole, e per un po’ la conversazione era simpatica e calorosa, ma arrivava sempre il momento in cui mi si chiedeva “Chi sei?” e io rispondevo “Sono io”, e non andava bene. Era vero, perché io sono io, è la cosa che sono di più, e se devo dire chi sono non riesco a pensare a niente di meglio. Eppure non andava bene lo stesso: l’altro faceva uno sguardo imbarazzato e si allontanava il più presto possibile. Oppure chiamavo qualcuno al telefono e gli dicevo “Sono io”, ed era vero, e non c’era un modo migliore, più completo, più giusto di dirgli chi ero, ma l’altro imprecava o si metteva a ridere e poi riagganciava.
Così mi sono dovuto adattare. Prima di tutto mi sono dato un nome, e se adesso mi si chiede chi sono rispondo: “Giovanni Spadoni”. Non è un granché, come risposta: se mi si chiedesse chi è Giovanni Spadoni probabilmente direi che sono io. Ma, chissà perché, dire che sono Giovanni Spadoni funziona meglio. Funziona tanto bene che nessuno mai mi chiede chi è Giovanni Spadoni: si comportanto tutti come se lo sapessero.
Invece di chiedermi chi è Giovanni Spadoni gli altri mi chiedono dove e quando sono nato, dove abito, chi erano mio padre e mia madre. Io gli rispondo e loro sono contenti. E forse sono contenti perché credono che io sia quello che è nato nel posto tale e abita nel posto talaltro, e che è figlio di Tizio e di Caia e padre di questo e di quello. Il che non è vero, ovviamente: non c’è niente di speciale nel posto tale o talaltro, o in Tizio e Caia. Se fossi nato altrove, in un’altra famiglia, sarei ancora lo stesso, sarei sempre io: è questa la cosa che sono di più, la cosa più vera e più giusta che sono. Ma questa cosa non interessa a nessuno: gli interessa dell’altro, e quando lo sanno sono contenti.
Una volta c’ero io, e non andava bene. Adesso c’è Giovanni Spadoni, che è nato a X e vive a Y e così via. E io non sono niente di tutto questo, ma le cose vanno benissimo.».
Ora cambiamo registro:
«Ma io chi sono, nel settembre dorato, se da me tolgo tutto ciò che gli altri hanno fatto di me? Chi sono, quando volano le nuvole?» (Ingeborg Bachmann, “Il trentesimo anno”, dalla raccolta omonima di racconti)
Ecco. Basterebbe quest’ultima, breve citazione per far presagire come non ci si trovi semplicemente di fronte ad un “libro”. No. Questi racconti sono più affini ad un abisso. Sono come una voragine oscura di cui si saggi timorosamente la friabilità dei bordi, per poi risolversi ad intraprendere una discesa tutt’altro che agevole: scoscesa e inospitale, come tutto ciò che ci costringe all’introspezione più penetrante, severa e disillusa.
Ognuno dei personaggi sperimenta quest’abisso, che si annuncia come una sottile fenditura nel quotidiano, prima, per poi strapparsi, allargarsi, fino a fagocitare ogni certezza, fino a far nascere interrogativi che sbattono contro l’avaro vuoto dell’assoluto. E allora non si può far a meno di seguirli, i vari protagonisti, in questa loro vertigine di angoscia e di dubbio, che sarà poi anche la nostra.
Come il personaggio del racconto “Il trentesimo anno”, che «la mattina di un giorno che poi scorderà si sveglia e, tutt’a un tratto, rimane lì steso senza riuscire ad alzarsi, colpito dai raggi di una luce crudele e sprovvisto di ogni arma e di ogni coraggio per affrontare il nuovo giorno.
(…) Getta la rete della memoria, la getta attorno a sé e tira su se stesso predatore e insieme preda, oltre la soglia del tempo, oltre la soglia del luogo, per capire chi egli sia stato e chi sia diventato. (…) Mai, neanche per un attimo, aveva temuto che il sipario potesse alzarsi come ora sul suo trentesimo anno, che toccasse a lui pronunciare la battuta, che un giorno avrebbe dovuto dimostrare ciò che realmente era capace di pensare e di fare, e confessare di che cosa gli importasse davvero. Non aveva mai pensato che di mille e una possibilità forse già mille erano ormai sfumate e perdute - oppure che sarebbe stato costretto a perderle perché una sola era la sua».
«Io osservo quel caso disperato che è l’uomo», afferma uno dei personaggi; ed è ciò che fa anche l’autrice, con un occhio in bilico tra filosofia e poesia.
Ho rotto il ghiaccio con una delle “fiabe filosofiche” di Bencivenga, perché introduce con estrema leggerezza ciò che nella Bachmann è espresso con la gravità di una prosa che oscilla tra lucida esattezza ed ermetico, più opaco lirismo.
Chi sono, io, se mi spoglio di tutte le etichette formali che mi sono necessarie per rapportarmi al mondo e al resto del consorzio umano (nome, professione, origini, età…)? Chi sono, veramente, al cospetto delle sole nuvole che passano, indifferenti?
Cosa resta di ognuno di noi, al di là dell’imitazione, dell’epigonismo, del percorso obbligato che il mondo - quel mondo che è «un esperimento, che basta ripetere sempre allo stesso modo perché il risultato non cambi» - ci impone fin dalla nascita? Al di là del nostro essere un mero fascio di riflessi: «Io, questa volontà ben addestrata. Io nutrito con le scorie della storia, con le scorie delle pulsioni e degli istinti. Io con un piede nella natura selvaggia e l’altro sulla strada maestra che conduce all’eterna civiltà. Io impenetrabile, miscuglio di tutti i materiali, infeltrito, insolubile e tuttavia facile da togliere di mezzo con un colpo alla nuca. Io fatto di silenzio, ridotto al silenzio…».
Resta qualcosa, o, come afferma il protagonista del racconto intitolato “Tutto” (in cui l’abisso arriva a lambire le sue più estreme ed eloquenti profondità), «non c’è scampo per nessuno di noi»?
Ed ammesso e non concesso che qualcosa resti, che non ci venga del tutto negata la possibilità di un’identità originale e originaria: sarà poi, la nostra, una verità che ci è dato conoscere? O è destinata a rimanere nell’indefinitezza dell’ombra, inconoscibile, in forza del fatto che nessuna verità esiste realmente? (riflessione che orchestra il delirio nel racconto “Un Wildermuth”)
Insomma, l’avrete capito: è un libro arduo. Singolare, ma allo stesso tempo risonante di echi illustri.
Impossibile non soffermarsi a pensare, per esempio, a Pirandello: al conflitto vita-forma, che porta alla disfatta del Mattia Pascal; ma anche al suo incessante rimuginare sul relativismo di ogni supposta verità o certezza, sull’inconoscibilità del reale, finanche di se stessi (“Uno, nessuno e centomila”): di come la realtà finisca inevitabilmente per specchiarsi in infinite superfici riflettenti - tante quante sono gli uomini sulla terra - , assumendo forme sempre nuove, impermeabili ad ogni oggettività, e perdendo di conseguenza ogni plausibile identità (“La signora Frola e il signor Ponza, suo genero”; o, se preferite, “Così è (se vi pare)”, trasposizione teatrale della novella).
E, in misura non minore, aleggia in ogni pagina l’eco delle parole di Zarathustra, del superuomo di Nietzsche (ovviamente depurato da ogni grossolana strumentalizzazione nazifascista, se ancora ci fosse bisogno di puntualizzarlo), con la sua ansia di spogliarsi di ogni convenzione morale per dar vita ad un utopico Nuovo, mondo e uomo, in ogni senso.
Quando si hanno tra le mani libri come questo della Bachmann, la lettura cessa di essere un semplice “passatempo”, per tramutarsi in un’interrogazione implacabile sull’esistenza, sul nostro stesso esserci, che, una volta posto sotto questa sorta di microscopio rivelatore, perde ogni rassicurante naturalezza.
Ogni volta che lo chiudevo, mi ritrovavo a sospirare profondamente, come dopo un’apprensione che ci abbia provocato un’innaturale e prolungata tensione. Ed è bello, quando accade. Bello e faticoso, certo. Inutile, eppure così necessario.
Ora, benché abbia già ampiamente sforato in quanto a citazioni (sì, ho decisamente esagerato!), permettetemi di lasciare l’ultima parola proprio a Nietzsche, con un passo che è solo un esempio tra i tanti di quanto l’atmosfera che si respira nello Zarathustra sia per molti aspetti affine a quella che impregna i racconti della Bachmann.
« - e io vidi una grande tristezza venire sugli uomini. I migliori si stancarono delle proprie opere.
Si diffuse una dottrina e accanto le correva una fede: “Tutto è vuoto, tutto è uguale, tutto è stato!” E da tutte le colline riecheggiò: “Tutto è vuoto, tutto è uguale, tutto è stato!”
Abbiamo raccolto bene, ma perché tutti i frutti ci marcirono e divennero bruni? Che cosa piovve dalla luna malefica l’ultima notte quaggiù?
Vano fu tutto il lavoro, velenoso è diventato il nostro vino, il malocchio bruciò e ingiallì i nostri campi e i nostri cuori.
Secchi divenimmo; e se cade fuoco su di noi, andiamo in cenere: - perfino il fuoco stancammo.
Tutte le fonti si asciugarono davanti a noi, anche il mare si ritirò.
Ogni suolo vuole squarciarsi, ma il profondo non vuole inghiottire!
“Ah, dov’è ancora un mare in cui poter annegare”: tale echeggia il nostro lamento - per depresse paludi.
In verità, siamo già troppo stanchi per morire; siamo ancora desti e continuiamo a vivere - in camere mortuarie!»
***
Giudizio: ★★★ ½
Letto per la sfida: dell’alfabeto
Un salto in libreria:
“Tre sentieri per il lago”
“Malina”
“Poesie”

con questo tuo post così completo e convincente… impossibile non cedere alla tentazione di questa lettura quantunque decisamente impegnativa! buon weekend serena!
@LauBel: è piccino picciò come libro, eppure ci ho messo un sacco a finirlo. Va assunto a piccole dosi, proprio perché è bello “concentrato” :wink: Però vale decisamente la pena, fosse anche solo per due o tre frasi che ti obbligano a imbarcarti in delle riflessioni veramente vertiginose! Buonissimo weekend anche a te!!
Uno dei volumi di racconti che abbia letto! Naturalmente risente un po’ del passare degli anni, ma rimane comunque un gran libro.