Elias Canetti, Auto da fé

Immagine di Auto da féAll’altezza di pagina 28, mi ero velocemente appuntata quanto segue:

il racconto di Kien, di quando da bambino si nascose in una libreria per far sì che lo “dimenticassero” lì l’intera notte: il suo sfilare uno ad uno i libri dagli scaffali, con emozione, lo sforzo nel cercare di leggere i titoli nell’oscurità; e la paura, poi, di tutti quei fantasmi che la notte si rifugiano tra i libri e leggono, leggono, tra scricchiolii e fruscii di carta appena sfiorata. …l’episodio del taccuino delle “Scempiaggini”, in cui Kien annota di soppiatto tutto ciò che vuole dimenticare: «Cominciava con data, ora e luogo. Seguiva l’avvenimento che doveva illustrare ancora una volta la scempiaggine degli uomini»

Questo per dire che, sul principio, questo libro mi pareva avere tutte le carte in regola per conquistarmi: questi due episodi avrebbero dovuto sommarsi a tutti gli altri, per confluire poi in un commento entusiasta.
Questo mi aspettavo, all’inizio.
Poi, però, con il procedere della lettura, ha iniziato ad imporsi con sempre maggiore fermezza una sensazione di insofferenza, prima, e di vero e proprio rigetto, poi. A pagina 300 mi sono imposta di portarlo a termine, ma solo per non dovermi, in futuro, sentire in dovere con la mia coscienza di lettrice di riprenderlo in mano.
Morale della favola: non mi ha persuasa. Finito con fatica, e con gran sollievo. Spiego meglio il perché.

Il libro, pubblicato nel 1935 con il titolo Die Blendung (’Accecamento’), assunse, per volere dell’autore, anche il titolo The Tower of Babel, e infine, sempre per desiderio di Canetti, quello di Auto da fé.
L’espressione deriva dal portoghese e significa ‘atto della fede’: è la proclamazione da un apposito palco delle sentenze del tribunale dell’Inquisizione in Spagna o nei domini spagnoli, cui seguiva l’abiura o la condanna; in quest’ultimo caso il reo era consegnato al braccio secolare. Per estensione, si intende con autodafé anche il supplizio del rogo cui venivano condannati gli eretici non pentiti o ricaduti nell’errore; il primo autodafé fu celebrato a Siviglia nel 1481, l’ultimo in Messico nel 1815, ciò che ne fa, evidentemente, un fenomeno tutt’altro che caratteristico del periodo medievale. [fonte: "Dizionario del Medioevo" di Barbero e Frugoni]

Peter Kien - “probabilmente il più grande sinologo dell’epoca” - può essere considerato, sulle prime, un parente stretto di quella colorita, grottesca famiglia di bibliofolli che popolano gran parte dei cosiddetti “libri sui libri”, quali per esempio - solo per citarne due che ho incontrato da poco - il Mendel zweighiano (Mendel dei libri) e l’Hanta hrabaliano (Una solitudine troppo rumorosa). Ma basta poco per accorgersi di come i libri, qui, vestano gli interscambiabili panni di una mania qualsiasi, nell’accezione più negativa del termine: un’ossessione dominante che tiene in pugno la sua “vittima”, che conduce all’alienazione totale dalla realtà, dal resto del mondo, che ottunde i sensi e annienta ogni capacità di relazione con il prossimo; “prossimo” che, anzi, viene trattato con sufficienza, se non con palese e altezzoso disprezzo, in forza di una presunta “superiorità” morale e intellettuale che si muta in farneticante e ottuso delirio.

I personaggi che ruotano attorno a questo büchermensch (’uomo dei libri’: così Canetti chiama Kien nel primo abbozzo del romanzo) oscillano schizofrenicamente tra autismo e invasamento (o meglio: “accecamento”; questo il titolo originale dell’opera). Estreme incarnazioni archetipiche di deformità e tare di ogni sorta, chiuse ermeticamente nei loro rispettivi universi autoreferenziali e febbricitanti, destinati ad un’egocentrica implosione, ad un fatale e liberatorio “auto da fé”.
Monolitici esseri funzionali all’esposizione di un unico concetto: la meschinità, la scelleratezza, l’oscenità, l’ottusità del consorzio umano. L’insensatezza, la gratuità, l’egoismo che determinano ogni accadimento. Una tesi condivisibile, certo. Fecondo spunto di riflessione, non ci piove (a maggior ragione se si considera l’anno - il 1935 - in cui l’opera venne pubblicata).

Ma. C’è un “ma”. E riflettendoci, mi è venuta in mente questa similitudine: avete presente la decorazione a grottesche? Ecco.
Questo libro, per me, è stato come uno smisurato palazzo labirintico, sigillato, allietato solo da una decorazione “a grottesche”, appunto, che ricopre ogni centimetro di parete senza soluzione di continuità. Sul principio, una volta varcatane la soglia, mi sono guardata attorno ammirata, colpita dai colori vividi, dalla raffinatezza dell’esecuzione e dall’inventiva che sottende a quella schiera infinita di figure bizzarre, dall’intreccio sapiente degli arabeschi (perché, a onor del vero, ci sono passi che mi si sono impressi in mente e lì resteranno, sono certa); ma, con il susseguirsi delle varie stanze, mi è iniziata a mancare l’aria: niente, neanche uno spiraglio da cui affacciarsi. Un palazzo scenografico, ma asfissiante. E poi, subito dopo, la noia. La monotonia che nasce, paradossalmente, dall’originalità, dall’arditezza ad ogni costo.

Il nome “grottesca”, come spiega Benvenuto Cellini nella sua autobiografia, deriva dalle “grotte” del colle Esquilino a Roma, che altro non erano che i resti sotterranei della Domus aurea di Nerone, scoperti nel 1480 e divenuti immediatamente popolari tra i pittori dell’epoca che spesso vi si fecero calare per studiare le fantasiose pitture rinvenute. Durante il Cinquecento, l’utilizzo di questo tipo di decorazione fu motivo di irritazione e disprezzo per molti teorici dell’arte, tra i quali il Vasari, che le definì “pitture licenziose e ridicole molto”. Difatti non è difficile credere come le grottesche, caratterizzate dalla totale negazione dello spazio, dalla presenza di esseri ibridi e mostruosi e senza alcun riferimento intellettuale, siano state considerate opere di puro libertinaggio. Sono figurine esili ed estrose, che si fondono in decorazioni geometriche e naturalistiche, su uno sfondo in genere bianco o comunque monocromo. La parola grottesco è passata poi a significare in italiano qualcosa di bizzarro e inconsueto, poi ha assunto una connotazione di “ridicolo”, ironizzante e caricaturale. [fonte: Wiki]

Mi è capitato di sentir accostare questo libro al Céline del Voyage e del Mort à credit, in maniera secondo me priva di ogni fondamento; ma sfrutto la contrapposizione per chiarire meglio alcuni aspetti.
Amo Céline per il suo essere creatore di atmosfere poderose, fagocitanti; per il suo cinismo che risulta così spietato e tagliente proprio perché si porta sempre dietro, a mo’ di contrappunto, un carico di dolentissima umanità, di disarmante tenerezza, per quanto destinata a soccombere al cospetto della vita. Céline mi ha fatto sorridere amaramente innumerevoli volte; mi ha commossa, indignata, scossa, ammaliata, ferita. Perché non si serve di simboli e “tipi” per parlare della congenita follia umana: le parole di Céline sono “sporche” perché pescate direttamente dalla melma ribollente della vita e del mondo, ancora vischiose, tiepide, gocciolanti linfa.
Qui invece, in Auto da fé, io mi sono sentita avvolta, per la maggior parte del tempo, da una girandola vorticosa di deliri spogli, lividi, sterili, da sala operatoria: una dissezione chirurgica, anestetizzante, insistita e ridondante fino allo sfinimento intorno ad un tema dato, che, per quanto capitale, si inaridisce pagina dopo pagina.

Un’immensa allegoria, insomma, di cui riconosco l’efficacia potenziale e l’indubbia singolarità, ma anche la stucchevolezza e l’asettica didascalicità.

***
Giudizio: ★★
Letto per la sfida: dell’alfabeto

Un salto in libreria:
“La lingua salvata. Storia di una giovinezza”
“Il frutto del fuoco. Storia di una vita (1921-1931)”
“Le voci di Marrakech. Note di un viaggio”

8 chiacchiere

Maria Rosa scrive: Rispondi 30 ottobre 2008 - 20:09

Serena, che succede a questo blog ? :?
Mi piaceva molto di più il layout precedente……insomma questo sa troppo da ingegnere :wink:

E poi cambiarlo così senza nessuna accurata descrizione di come si vede con Internet Explorer !!!!????

Cari saluti
:D

barbottina scrive: Rispondi 30 ottobre 2008 - 20:31

@Maria Rosa: eheheh… sì sì, prendimi anche in giro, mannaggia a te! :lol:

Ho optato per una mossa a sorpresa, è vero, anche perché mi sono limitata a cambiare il tema, è bastato un click, e il Malefico (leggi: Internet Explorer) sembra non essersela presa troppo a male stavolta!
Non ti posso che dar ragione circa l’atmosfera ingegneristica… :roll: Ma sono in pieno periodo “minimale”, e l’altra grafica mi urtava tantissimo ultimamente! Questa è più tristanzuola, ma in compenso mi riposa i neuroni (e ce n’hanno veramente bisogno di questi tempi, ti assicuro :wink: )

Maurizio2 scrive: Rispondi 31 ottobre 2008 - 07:05

Beh, complimenti per la recensione (anche se a mio avviso sei stata un po’ troppo morbida, eh, eh, eh…). Concordo appieno con il fatto che il Celine del “Voyage” sia da porre su un altro piano, non fosse altro che per l’uso della lingua “viva” dei suoi tempi che il Francese si sforza di fare…alternandolo a brani di vera poesia in prosa….siamo più vicini all’”Ingegnere” C.E.Gadda che al signor Canetti!

Interessante l’origine del termine “grottesco”, non ci avevo mai pensato……

Infine: perchè consideri/ate “ingegneristico” un termine negativo?
Sai quante disastrose situazioni dovute agli “spiriti liberi” degli architetti dobbiamo mettere a posto?

barbottina scrive: Rispondi 31 ottobre 2008 - 17:32

@Maurizio2: non fare il tipico ingegnere presuntuoso!! Ovviamente scherzo :wink: Per “ingegneristico” intendevo…bè…tendente un po’ al serioso e al compassato, ecco. Sarà colpa del grigio e delle linee estremamente sobrie! Per il resto, tanto di cappello, caro il mio ingegnere! :D

Per quanto riguarda Céline: sai che, anche con lui, mi è capitato un sacco di volte di imbattermi in lettori letteralmente disgustati, che lo hanno abbandonato dopo poche pagine… In fondo, posso capirlo: Céline è talmente impregnato di disincanto, che può facilmente urtare; soprattutto se ci si avvicina con una disposizione d’animo non sufficientemente “consona” ai suoi toni.
Io, per esempio, lo conobbi in un periodo in cui ero veramente “sotto un treno”, come si suol dire: e mi conquistò in un batter d’occhio proprio perché compresi subito che parlava la mia stessa lingua.
Fu un incontro che mi confortò tantissimo, proprio perché - per quanto incongruo possa sembrare - mi permise di vivere più profondamente il dolore che provavo in quel momento.
Frasi come “L’amore è l’infinito abbassato al livello di un barboncino” sono diventate dei miei motti, da allora, nel bene e nel male.

Canetti, invece, da quel punto di vista mi ha lasciata rigida ed emotivamente inerte, come un pezzo di legno.

Ma, ripeto: de gustibus non est disputandum! :wink:

Maria Rosa scrive: Rispondi 3 novembre 2008 - 17:31

Sere, quindi sono l’unica che vede i post tutti allineati a sinistra e con alcuni paragrafi talmente a sinistra che perdo le prime lettere delle righe ???

:roll:

barbottina scrive: Rispondi 3 novembre 2008 - 18:14

@Maria Rosa: uh Siur! Cosa mi dici mai??? Infausta notizia! :evil:

Ok, confessa: navighi con Internet Explorer 6 ? :wink:

Maurizio2 scrive: Rispondi 4 novembre 2008 - 06:59

Il difetto di allineamento di cui parla Mara Rosa lo avevo notato anch’io, con il vecchio template, ma me lo faceva solo andando a cercare nei “post più vecchi”, dalla terza schermata in poi….(non so se si dice così….quando spingevo “post più vecchi” per tre volte consecutive, intendo)

barbottina scrive: Rispondi 4 novembre 2008 - 10:16

E’ la giusta punizione per il vostro intestardirvi ad usare Internet Explorer come browser!!! :twisted:

Ovviamente scherzo eh…mi spiace molto per questi problemi di visualizzazione, che credo possano comunque risolversi (almeno i tuoi, Maria Rosa) aggiornando a Internet Explorer 7.
Però: non vorrei ripetermi, e mi scoccia passare per una “fondamentalista”…ma migrare a Firefox sarebbe una buona idea! Io per forza di cose mi devo uniformare al browser migliore in circolazione, non a quello più scacio!!! :wink: