«Lontano, abito lontano»
Finalmente, il clima autunnale che tanto ho invocato si è degnato di arrivare. Eppure sono triste, di una tristezza dolce, ma risoluta, implacabile.
Fuori il cielo grigio affretta il calare della sera, e io indosso di nuovo la mia felpa fucsia con la zip; stanotte mi sono svegliata infreddolita e ho riesumato la mia copertina di pile verde acido dall’armadio, e le ultime sigarette alla finestra prima di andare a dormire finiscono più lentamente, per godersi i brividi del buio, e questa malinconia inasprita che nessuno vede, che nessuno indovina.
Sento pian piano tornare a galla le mie piccole, infantili voglie d’autunno: le infornate di biscotti al cocco e cacao, la cioccolata calda al pepe, l’infuso di mela e cannella, i bagni caldi al ginepro e al pino; aromi accoglienti come una coperta morbida entro cui sono solita raggomitolarmi per difendermi dal freddo (qualsiasi freddo), pur sapendo che non basta. Non basta.
E tornano anche le nostalgie, certo. Eccome se tornano.
Per esempio, se la mia ultima “storia” non si fosse conclusa all’inizio dell’estate, il nostro frugale desiderio comune si sarebbe rinnovato per l’ennesima volta: Bologna. Quanto la amavamo (e quanto la amiamo ancora, immagino, sebbene ognuno per conto suo): era un po’ la “nostra città”, tra le tante che abbiamo vissuto insieme; quella in cui ci sentivamo a casa, noi due che una casa nostra non ce l’avevamo, e ce la dovevamo inventare mescolando pezzetti di innumerevoli “nidi” provvisori. Mi manca la nostra penultima casetta bolognese, piccola piccola ma arrampicata sui tetti, con una vista che all’imbrunire ti faceva pensare alla vita come ad una meraviglia straziante che era bello condividere, nonostante tutto; mi manca la nebbia sottile che passeggiava sotto i portici quando la sera tornavamo a casa stanchi, ci fermavamo in qualche minuscolo negozio d’alimentari d’altri tempi (perché a Bologna gli “altri tempi” esistono ancora); mi mancano le nostre cene fantasiose, consumate in cucinette squallide di cui però ci innamoravamo perdutamente nel giro di poche ore; mi manca il nostro entusiasmo nel programmare la trasferta successiva, l’emozione di scoprire insieme una nuova città, i nostri lunghi viaggi in treno.

La nostalgia ha di bello che ti riporta alla mente solo le cose buone, i momenti migliori. Effettua una sorta di misericordiosa selezione, forse per evitare che si finisca col pensare che tutto il tempo è stato buttato, che è stato perso, maltrattato. E forse è giusto così: cosa ce ne facciamo dell’amarezza, degli attimi pessimi, delle incomprensioni e delle scorrettezze, quando tutto è passato e non puoi farci più niente. Meglio illudersi di esser stati ad un passo dalla felicità, che avere la certezza di non esser stati in grado di trattenere niente, proprio niente, tra le dita.
Ma ho una nostalgia intraprendente, che sovente mi scappa di mano, compiendo lunghi tragitti a ritroso, arrivando in tempi e luoghi che sono come tombe antiche da cui converrebbe tenersi alla larga.
E allora mi manca anche Roma, una Roma di otto anni fa. La luce livida dei lampioni di periferia, e una grande camera, con tante cartoline e fotografie attaccate ai muri; e dietro ad una di queste (era la foto di un cerbiatto, me lo ricordo), una data scritta a matita: l’attimo in cui ci appartenemmo veramente, per la prima volta. Ora quel muro non esiste più, e la mano che scrisse, neanche: se di nuovo mi toccasse, rabbrividirei, come sfiorata da uno spettro (eppure sospetto piangerei di gioia, subito dopo). Se rivedessi quella stanza oggi, forse non la riconoscerei, tanto dev’essere mutata. Ma soprattutto lei, non mi riconoscerebbe: sono certa che mi abbia dimenticata. E anche io, che in sere come questa cerco rifugio proprio tra quelle mura, così come le vidi otto anni fa, inizio a non avere più la forza, la perseveranza di tenere in vita quel “noi” così smisurato da farsi quasi leggenda. E le leggende, si sa, sopravvivono nella fantasia di molti: non son fatte per gli angusti spazi del ricordo individuale, per l’egotismo asfissiante di un dolore solitario.
Eravamo a una Stazione Nord e il treno partiva prima della mezzanotte. Non feci cenni di saluto con la mano. Feci un cenno che significava fine. Quella fine che non aveva fine. Non ha avuto mai fine.
***
Non servirsi d’incantesimi, né di lacrime, né di mani che s’avvinghiano, né di giuramenti, né d’implorazioni. Niente di tutto questo. La regola è: confidare che gli occhi bastino agli occhi, che basti un solo verde, che basti la cosa più lieve.
Che devo fare?, mi chiedo allora. Se neanche il tempo è servito a cancellare, allora cosa servirà? Con cosa combatto, ancora, se la parte avversa ha deposto le armi da un tempo che mi pare infinito? Mi sento come su un campo di battaglia deserto, ingombro solo di rovine: come un cavaliere che ha perso il senno, e che, sfinito, brandisce contro il niente una spada spuntata che non può nuocere ad altri che a lui stesso, ormai.
Tra questi due estremi - tra la mia Roma e la mia Bologna - sfilano fin troppi volti grigi, di cui ricordo a malapena voci e nomi. Affetti così ostinatamente fittizi da non aver neanche la forza di attaccarsi ai ricordi. Eppure stasera preferirei sopportare il peso di una montagna di insulsi granelli di sabbia, piuttosto che questo unico macigno scuro che mi toglie il respiro.
E’ sempre uno solo che porta questo nome, è uno solo che non riesco a dimenticare, anche se vi dimentico tutti, se vi dimentico nel modo più assoluto e totale, così come vi ho amati di un amore totale.
***
Non essere in nessun luogo, in nessun luogo restare. Tuffarsi, riposare, muoversi senza spreco di forze - e un giorno ricordare, riemergere, attraversare una radura, vedere lui. Incominciare dall’inizio.
“Buona sera.”
“Buona sera.”
“Abiti lontano?”
“Lontano, abito lontano.”
“Anch’io abito lontano.”
***
E lassù passa uno che odia l’acqua e odia il verde e non capisce, non capirà mai. Così come io non ho mai capito.Ormai quasi muta
quasi sentendo
ancora
il richiamo.
Vieni. Una volta sola.
Vieni.Ingeborg Bachmann

….e intanto il tempo passa e tu non passi mai….
Non so perchè ma è un pomeriggio un pò malinconico e così ripercorrendo un pò emozioni volti e persone che hanno lasciato un segno dentro al punto da poter dire che il tempo passa ma tu non passi mai
…..e non passa Bologna e 6 anni fantastici trascorsi lì….
…e non passa Tamara la prima vera ragazza….
….e non passa Rosalba e l’esaltazione di una notte a cui è seguita la delusione per una settimana successiva….
….e non passa Laura e la piccola soddisfazione di battere una concorrenza spietata di altri corteggiatori….
….e non passa Liliana con la sua estate splendida ed incosciente seguita da un autunno triste e paranoico…..
….e non passa Martina e 4 anni della mia vita vissuti con lei a sognare e progettare un futuro che per fortuna sua non s’è mai avverato….
…e non passa Nicola il mio migliore amico e tutte le risate fatte insieme….
…e non passa Pasquale e le serate organizzate insieme in un locale cubano e la sua mail che ancora oggi a leggerla mi viene da piangere….
….e non passa una giornata a Firenze con Martina progettando di comprare una casa lì quando avremmo fatto un pò di soldi….
….e non passa Angelo pizzaiolo napoletano che mi ha dato lavoro nella sua pizzeria di asporto e che alla fine mi voleva appioppare la figlia….
…e non passa Nunzia la moglie di Angelo e la sua infinita dolcezza quando per dire che il marito era in carcere con le sue mani disegnava una grata davanti al volto dicendo che Angelo era al “villaggio”…
….e non passa Luigi che soffriva di depressione e che ha avuto la grande sfortuna di avere un padre che faceva coincidere il concetto di malattia solo con ferite da arma da fuoco o da taglio…
…e non passa Caterina che fra alterne fortune è il mio presente….
….e non passa un concerto di Renato Zero con Terry e l’assoluta certezza che con lei non sarebbe mai finita eppure è durata tre giorni….
…e non passano Carletto, Antonio e Fabio che hanno vissuto con me per cinque anni e che stranamente non posso dire di aver mai capito a fondo…..
….e non passa Tamara conosciuta sul treno che mi portava da Liliana e che per un assurda forma di pregiudizio non ho mai voluto conoscere più di un certo livello….
….e non passa Giulia ed il suo criceto al quale compravo delle piccole torte di mais per ingraziarmi la sua padrona….
….e non passa Francesca conosciuta litigandoci furiosamente perchè lavorava al call center della mia banca e che per venire da me ha preso un treno da Lodi all’uno di notte per partire il pomeriggio successivo….
…e non passa un convegno di dentisti dove tenevo il servizio d’ordine e mi sono addormentato salutando così la mia retribuzione…
…e non passa Federica che mi ha fatto prendere una bella lavata di capo dal titolare della palestra nella quale lavoravo il quale mi ha detto ” non ti dico di portarmi gente ma quanto meno di non far scappare via le ragazze più carine…”
….e non passa Pamela troppo intelligente e troppo cosciente delle sua intelligenza da restarne prigioniera….
….e non passa…..non mi viene il nome e quindi mi sa che è passata….
….e non passa Patrick ed il suo ultimo periodo di follia all’università….
….e non passa l’invidia che Gaetano ha sempre provato nei miei confronti e la sua falsità nell’esaltarmi quando mi aveva di fronte…..
….e non passa un mio amico che segnando un goal alla Sampdoria mi ha regalato un emozione indescrivibile….
…e non passa una notte a Forlì dove ho preso un pugno che ancora oggi mi fa male…..
….e non passa il mio scarabeo che mi hanno rubato perchè in una sera particolare avevo messo il blocca disco allo scooter sbagliato…
….e non passa la laurea di Nicola e la follia di quella notte che per metà ho vissuto e per metà mi è stata raccontata….
….e non passa la mia festa di laurea nella quale uno fra i miei più cari amici ha confessato a Martina che durante i quattro anni in cui sono stato con lei spesso mi sono fatto travolgere dagli eventi sentimentali che mi capitavano….
…e non passa il pianto di Carlo in piazza maggiore quando mi ha detto che la confessione fatta a Martina in fondo era per il mio bene….
…..e non passano tante cose da poter scrivere per altre due giorni ma sento che i ricordi iniziano ad essere troppo vividi e così preferisco smettere di scrivere e ricordare fra me e me….
Talvolta è bello anche farsi cullare dai ricordi e riassaporare bei momenti passati. E’ bello talvolta anche starsene in compagnia della malinconia, sentirsi soli in compagnia o in compagnia quando si è soli. E’ bello però pure sentirsi tutt’uno con gli altri, sentirsi assieme. Ci vogliono tutti questi momenti… ti auguro di vivere tanti altri giorni felici e spensierati che poi un giorno… ricorderai come bei momenti, proprio come quelli che hai descritto sopra.
Un abbraccio… Lore
PS. Il libro è arrivato e me lo sto gustando. Si, mi piace, era un libro per me! :)
non mi stancherò mai di ripetere quanto sia bello per il mio spirito leggerti: come per incanto le tue parole ogni volta mi colorano l’esistenza… un bacione ed un abbraccio forte forte
(adesso che non è caldo :D )
ciao, ti auguro una buonissima giornata.
Madonna Sere, l’autunno a te fa il mio stesso effetto.
Anche a me piace quella tristezza dolce che lievita nell’aria, stare sotto le coperte, anche se per un pò di freddo, i pomeriggi malinconici di pioggia… amo tutto sia dell’autunno sia dell’inverno (sebbene al sud la neve la sogni!)…
ciao Sere e ti auguro un buon AUTUNNO!!! :P
@Fabio: ti ho attaccato il morbo della rimembranza? Non ti chiedo scusa per il piacere che mi ha fatto leggere il tuo “non passa” :wink:
Vedi, però: il problema è che il mio non è tanto un “ricordo”, quanto una specie di “maledizione”, che mi mangia la strada futura, che monopolizza gran parte delle energie necessarie per andare avanti. Mi rendo conto che “maledizione” è un parolone, e lo cambierei volentieri, perché detesto prendermi troppo sul serio…ma se mi conoscessi, se conoscessi i pensieri di quando cammino per strada in questi giorni… Ecco, forse non parrebbe così eccessivo. Purtroppo. Purtroppissimo. Va bè. Magari servisse a qualcosa parlarne :roll:
@Lorenzo: contentissima che il libro ti piaccia! E ti ringrazio per l’augurio, di cuore.
@Francesco: mi prendo l’abbraccio forte forte senza far complimenti, non solo perché col freddino di oggi può durare di più, ma soprattutto perché ne ho uno sconfinato bisogno. Grazie.
@Camillo: sono anche le mie stagioni preferite (son pur sempre un Capricorno nato col gelo di gennaio!), nonostante questi inopportuni “effettucci collaterali”… Mah, speriamo che sia davvero un buon autunno…rivendico il diritto di dubitarne :wink:
“Beati gli uomini perché, a differenza degli animali, possono guardare il cielo” (Ovidio)
Cara Serena…
leggendo quello che hai scritto hai fatto riaffiorare una bella fetta di miei ricordi. Tutto qua. Un po’ come il protagonista de “La Recherche” di proustiana memoria…quando inzuppava le maddalene nel thè. Forse complice questo clima autunnale…questo cielo plumbeo…e questa pioggia…”che batte sopra i tetti grigi delle case, sopra i cuori infranti delle cose”.
Aggiungi due o tre avvenimenti che mi sono accaduti in questi ultimi tre giorni e il resto è fatto.
Piove.
E lo so che la natura ne aveva disperatamente bisogno. Non intendo certo lamentarmi. Però fa fresco, fresco sul serio e il rumore ritmico della pioggia sul vetro mi fa rabbrividire ad ogni goccia. Se chiudo gli occhi mi sento come se fossi ancora sotto le coperte, al sicuro. Se li riapro penso alla prima mail ricevuta stamattina presto. Penso a lei che ancora conosco così poco ma che qui ha conquistato un po’ tutti con il suo sorriso che fiorisce quando meno te l’aspetti e quei suoi occhi chiarissimi, cristallini come l’acqua. Penso a lei stamattina, al suo viaggio verso Roma oggi. Verso casa a salutare qualcuno che se n’è già andato e al quale non potrà regalare un ultimo sorriso. Penso a lei e Andrea su un treno silenzioso attraverso l’Italia, attraverso cieli gonfi di pioggia.. E il cuore fa degli strani movimenti nel petto. Poi sempre stamattina sono passato a fare un po’ d’ordine nell’armadio per trovare qualcosa di più pesante da indossare e i miei occhi sono andati su quella cosa rossa in fondo al cassetto, anche se non fa ancora così freddo da poterla mettere. E’ il pullover di lana che ha fatto l’Altra, la sola e l’unica, mia madre, con le sue mani. Ed ora penso al giorno in cui se ne andrà, anche Lei, per sempre…quel giorno metterò il pullover e avrò davvero freddo, una solitudine gelata, anche se accadesse d’estate come piacerebbe a Lei.
Guardo fuori.
Piove.
E forse è solamente l’unica maniera che ha il cielo per farci sentire che ci è vicino…
@Fabio: in fondo ognuno di noi è convinto di avere ricordi, sentimenti e dolori imparagonabili, ma forse alla fine soffriamo tutti più o meno le stesse pene, anche se camuffate con nomi, luoghi e tempi diversi. Ci illudiamo di essere “unici”, e invece siamo miseramente interscambiabili e infinitamente ordinari. E’ uno smacco insopportabile, almeno per me. Per un po’ nella vita mi sono sentita “speciale”: quando scoprii che lo eravamo tutti e nessuno, fu un colpo tale che ancora, probabilmente, continuo a scontarne le conseguenze.
Soprattutto a causa di questo, ho sempre considerato la sofferenza di una banalità imbarazzante, eppure continuo da anni a celebrarla, la mia, senza poter fare altrimenti. Spesso la cosa mi disgusta, eppure eccomi qui, che lo faccio ancora, e ancora. Continuo a disgustarmi, senza fare una piega. E non guardo neanche il cielo, nel mentre: non voglio vicino neanche lui.
Bè, non c’entra granché con quanto hai scritto: è solo una riflessione che ha pensato bene di venire ad allietarmi la serata. Seratuccia cinica, decisamente :wink:
Io credo che l’Esistenza sia unica e uguale per tutti(nasciamo, ci muoviamo, magiamo,dormiamo,e moriamo tutti sotto lo stesso cielo)ma le Vite sono tante e diverse, perchè ognuno risponde alla vita in modo diverso (come diversi sono i reagenti chimici e le reazioni che ne conseguono).
Ma, forse, hai ragione tu dopo tutto…
“Alla fine, la strada di ciascuno è la strada di tutti. Non vi sono viaggi isolati perché non vi sono viandanti isolati. Tutti gli uomini sono uno e non vi è un’altra storia da raccontare”.
(Cormac McCarthy - “Oltre il confine”)
ops…. ma com’è che tra tutte queste chiacchiere nessuno regala un bradipo-peluche a Barbottina ????? :wink:
E Sere.. proprio un bradipo ti doveva piacere !!!???? Che è difficile da trovare !!!!
(Spero di aver abbondantemente distrutto l’atmosfera di rimembranze !!!:lol: :lol:
@Fabio: bella la citazione di McCarthy, calza veramente a pennello con ciò che intendevo :-)
@Maria Rosa: ehehe…hai ragione, bando alle ciance! :wink:
Comunque mi sa tanto che il bradipo peluchoso è un mito irragiungibile… Sarei quasi tentata di pensare che sia un parto della mia fantasia, così da mettermi l’animo in pace, se non avessi casualmente trovato quella foto che ne testimonia l’esistenza! Va’ che la vita è proprio ingiusta a volte! :P
Sere…guarda che il bradipo della Trudi esiste….ma non ho ancora capito se lo producono ancora o no :)))
ciao!! se puoi passa da me: c’è un’informazione utile per collaborare a “far respirare” la terra… grazie!!
ps: promesso che ripasso a leggere (e commentare) questo post!!! :D
Ma si basta con questa tristezza Serena…
ora ci vuole una musica allegra, che ti tiri su di morale 8) :!: :mrgreen:
http://it.youtube.com/watch?v=WJFHH8BCGjI
(Copia e incolla…e ascolta)
Ti ricordi questa canzone :?:
Era la sigla finale dell’incredibile Hulk…dove il protagonista era un romantico e solitario Dr. David Banner…e ogni fine di puntata se ne andava fottendo una camicia da qualche stendino e lasciando i soldi…un grande.8)
Dai che scherzo!
forse con questa andiamo meglio:
http://it.youtube.com/watch?v=jeZcsPAZOXA
Magari maentre l’ascolti e se sei ancora raffreddata, bevici su una tazza calda di (esta)Thè… :-) :wink:
@Fabio: oh, non è che mi hai subliminalmente paragonata all’Incredibile Hulk, vero?? No, perché guarda che io son molto peggio eh, non mi sottostimare :mrgreen: