Chimamanda Ngozi Adichie, Metà di un sole giallo
Di nuovo un romanzo profondamente radicato nelle vicende politiche e storiche di una nazione (la Nigeria, nella fattispecie), che parla di post-colonialismo, di indipendenza, di guerra civile, così come accadeva in “Chiara luce del giorno” della Desai per quanto riguarda l’India. Ma se in quest’ultimo romanzo i fatti concreti della Storia fungevano soprattutto da “quinte”, distanti e irreali, atte a racchiudere con la reticenza di una cornice le vicende dei protagonisti, senza però “invadere” eccessivamente il campo sospeso della narrazione, in “Metà di un sole giallo” la Storia non ha di queste premure: si insinua e lacera ogni più piccola fenditura, travolgendo ogni esistenza e guadagnandosi a tutti gli effetti il ruolo di co-protagonista.
La bellissima e sensuale Olanna, l’eccentrico professore rivoluzionario Odenigbo, il fedele e coscienzioso Ugwu, la spigolosa e pragmatica Kainene, l’insicuro espatriato inglese Mr. Richard… Sono queste le principali voci che hanno il compito di narrare un brano di Storia racchiuso tra il 1960 e il 1970, tramite un controcanto di tempi e di realtà diverse che si compenetrano, pur mantenendo ben salde le rispettive fisionomie: l’Africa emancipata da una parte (sottoforma di rubinetti, università, libri, fornelli e disincanto), e quella dei ritmi naturali e senza tempo tipici della vita nei villaggi del bush; la fede in un unico Dio e nel “sapere che viene dai libri”, fianco a fianco con spiriti, formule e credenze proprie dell’animismo (una tipologia di culto che, tra parentesi, mi ha sempre affascinata tantissimo, per il rispetto incondizionato che riserva ad ogni elemento del mondo, sia esso un oggetto, un fenomeno, una pianta o un animale).
Personaggi dipinti con coerenza e forza narrative, immuni da qualsivoglia idealizzazione: che conservano una prosaica “umanità” - continuando ad amare, a desiderare, a provare rancore, a tradire, a peccare di egoismo… - anche nella disumanità epica della guerra; personaggi in grado di “convincere” e trascinare il lettore, sollevandolo da ogni perplessità (e non è affatto poca cosa, anche considerando il fatto che la Adichie è praticamente un’esordiente, e ci sono “veterani” che ancora non sanno dove stia di casa, quest’arte).
La metà di un sole giallo che dà il titolo al libro, lungi dall’essere una pittoresca metafora dei cieli africani, è la concreta immagine che campeggiava sulla bandiera della Repubblica indipendente del Biafra, nata dalla secessione dei territori sud-orientali della Nigeria dal resto della nazione: un sole nascente destinato a non sorgere; una promessa non mantenuta, ritrattata e sepolta nell’arco di appena tre anni.
L’esordio della vicenda prende le mosse dall’indipendenza concessa alla Nigeria nel 1960 dalla Corona inglese; la storia poi si dipana in maniera incalzante, seguendo l’incedere concitato degli eventi: un primo colpo di Stato nel ‘66, conseguenza dei forti contrasti tra le varie etnie nigeriane (gli hausa al nord, a prevalenza islamica; gli yoruba e gli igbo al sud: questi ultimi - probabili artefici del colpo di Stato - prevalentemente convertiti al cristianesimo, intraprendenti e capaci, detentori di gran parte del “potere” economico, culturale ed amministrativo nel sud della Nigeria e per questo particolarmente temuti e “mal visti” dal nord; tutti i principali personaggi del romanzo sono, appunto, igbo); contrasti fomentati a suo tempo dal sistema coloniale britannico, perché è più facile imporre il proprio potere laddove vi sia divisione: divide et impera!
Poi è la volta di un contro-colpo di Stato, pochi mesi dopo, che determina l’instaurarsi in Nigeria di un governo militare hausa e l’inizio del genocidio ai danni dell’etnia igbo, che raggiungerà proporzioni immani (saranno milioni i civili morti per fame e bombardamenti) - grazie all’aiuto solerte prestato da Inghilterra e Russia all’esercito nigeriano e alla defilata connivenza degli Stati Uniti - subito dopo la secessione e la proclamazione della Repubblica del Biafra nel ‘67, sconfitta nel ‘70.
E’ un romanzo che indigna e commuove. E raggiunge questi effetti, paradossalmente, proprio perché non fa di tutto per raggiungerli. Perché parla sì delle privazioni, umiliazioni, sofferenze e perdite tipiche di ogni guerra, svelandoci la realtà che si cela dietro quel poco che sappiamo della tragedia del Biafra, ma riesce a farlo senza retorica e senza enfasi, senza “calcare la mano” (cosa che, considerato l’argomento, sarebbe comunque scusabile); bensì col dignitoso pudore di chi è convinto che i fatti bastino a parlare da soli, con una sorta di lucida e fiera compostezza, anche quando racconta di donne che si rotolano nella polvere come indemoniate per sfogare il dolore inenarrabile di una perdita, o quando dipinge scene come quella di una madre, stipata in un vagone intriso di urina, che tiene tra le braccia una zucca cava dentro cui custodisce la testa di sua figlia.
Tra la quotidianità dei protagonisti e l’universalità della guerra, nel romanzo appaiono di tanto in tanto dei frammenti di un libro che, nella finzione, è scritto da uno dei personaggi (non vi svelo quale), e che ci aiuta a mettere a fuoco alcune questioni nodali, valide ben al di là del singolo conflitto narrato, sulle quali è impossibile non fermarsi a riflettere:
Il Libro: Il mondo taceva mentre noi morivamo
Scrive del silenzio del mondo mentre i biafrani morivano. Sostiene che a dare l’avvio a quel silenzio furono gli inglesi. Le armi e i consigli che l’Inghilterra passò alla Nigeria influenzarono le altre nazioni. Per gli Stati Uniti, il Biafra rientrava nella “sfera di interesse britannico”. In Canada, il primo ministro sentenziò: “Il Biafra? E dov’è?”. L’Unione Sovietica inviò in Nigeria tecnici e aerei, entusiasta dell’occasione di esercitare la propria influenza sul suolo africano senza inimicarsi America e Regno Unito. Dal canto loro, i regimi a supremazia bianca di Rhodesia e Sudafrica gongolarono di fronte all’ennesima dimostrazione che i governi neri erano destinati a fallire. (…) Scrive della fame. La fame come arma di guerra nigeriana. La fame che distrusse il Biafra, che lo rese celebre, e che permise a genitori di tutto il pianeta di ordinare ai propri figli di finire quel che avevano nel piatto. La fame che diede una bella spinta alla carriera di molti fotografi. La fame che portò la Croce Rossa Internazionale a definire il Biafra la più grave emergenza umanitaria dai tempi del secondo conflitto mondiale.
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Giudizio: ★★★★
Letto per la sfida: 5 donne in 5 mesi
Un salto in libreria:
“L’ibisco viola”

Sembra interessante….messo in lista.
A me è piaciuto molto questo, sulla fine del colonialismo portoghese in Angola.
http://www.ibs.it/code/9788806140274/antunes-antonio-l/culo-mondo.html
@Maurizio2: grazie della segnalazione, la terrò a mente!
Tra l’altro, leggendo la scheda su IBS ho adocchiato un altro libro, sempre sul colonialismo portoghese in Angola: “Buonasera alla cose di quaggiù”… E’ imbarazzante il modo in cui mi lascio sedurre dai titoli! :roll: …ma questo mi “suona” proprio bene! :wink:
E’ davvero bello!
Quello che dici tu è sempre di Lobo Antunes e penso sarà uno dei prossimi miei acquisti…..
Anch’io ho un occhio di riguardo per i titoli ben costruiti: e proprio questo “Buonasera alle cose di quaggiù” lo avevo annotato si per l’Autore, ma anche per il titolo….
Tanto per citarne qualcuno particolarmente significativo, sono assai accattivanti quasi tutti i titoli delle opere di Gesualdo Bufalino e Aldo Busi (”Diceria dell’untore”, “Le menzogne della notte”, “L’amaro miele”….”Suicidi dovuti”, “Vita standard di un venditore provvisorio di collant”, “Un cuore di troppo”…..) Ancora appannaggio di Aldo Busi il mio personale premio per il titolo più geniale:
“Cazzi e canguri (pochissimi i canguri)”
La tua affermazione circa la fascinazione dei titoli mi rincuora :-)
Se e quando lo leggerai, fammi sapere!
Di Busi si può dire tutto, tranne che non sia dotato di un talento tutto particolare nel coniare titoli originali e… “coloriti” :wink:
Molto interessante leggerti, Giulia
@giulia: ti ringrazio. L’interesse è reciproco :-)