Son forti, questi ungheresi! (Magda Szabò e André Kertész)

E’ tempo di parlare un po’ di Via Katalin, della scrittrice ungherese Magda Szabò. Ma, una volta tanto, concediamoci la scorrettezza deontologica di lasciarsi sedurre dalle apparenze: più precisamente, dalla copertina. Azzeccatissima.
Chi si diletti di fotografia riconoscerà quell’immagine come una tra le più celebri del fotografo André Kertész, anch’esso originario dell’Ungheria, risalente al 1926. Personalmente la adoro, così come nutro una grande ammirazione per l’intera produzione di Kertész; tanto che, imbattendomi nel libro della Szabò, ancor prima di leggere il risvolto di copertina ho pensato “io questo libro bisogna che lo compri“: e per fortuna sono caduta in piedi (anzi: non son caduta affatto).

La foto in questione, intitolata Chez Mondrian, ritrae appunto un angolo della dimora del pittore olandese Piet Mondrian, principale esponente del movimento artistico De Stijl. Una certa ragazzuola, a suo tempo, ebbe a scriverne in questi termini: «…in questa immagine, lo spirito che anima le intransigenti composizioni pittoriche dell’artista olandese (le celebri “griglie” riempite da brani di colori primari) risulta magistralmente espresso attraverso un utilizzo consapevole delle leggi compositive e prospettiche, della profondità di campo e, soprattutto, della dialettica tra luce ed ombra (luce che qui riesce addirittura ad infondere un’illusione di rigogliosa vita al fiore in primo piano, fatto in realtà di legno)».
La stessa ragazzuola di cui sopra (che poi sarei io: non ci crederete, ma in passato ho scritto anche cose vagamente più degne di esser lette di quelle a cui vi ho abituati…) incluse questa immagine nella categoria dei cosiddetti “ritratti metonimici” - nei quali Kertész era Maestro -, di cui questo è forse un esempio ancor più pregnante, sempre riguardo l’opera di Mondrian. Ma non divaghiamo oltre.

Vi vedo, che a questo punto state tutti morendo dalla voglia di continuare la lettura delle mie elucubrazioni kertésziane! ( :mrgreen: ) Perciò, sadicamente, vi rimando all’articolo completo (suvvia, non è poi così male!): si intitola “Fotografia come nostalgia” e fu pubblicato un annetto fa su Nadir Magazine (per ammirare qualche altra immagine kertésziana, poi, affacciatevi qui - anche se purtroppo la compressione è devastante).

Detto questo, veniamo alla sostanza.
Il piacere che ho provato leggendo Via Katalin mi ha ricordato molto da vicino quello sperimentato con Le braci di Màrai. In ambedue i casi sono rimasta affascinata dalla grazia ed immediatezza non comuni nel trattare la tematica della nostalgia (intesa proprio come ‘dolore del ritorno’) e nel rendere ogni più controverso sentimento e sottile moto dell’animo: parole come acqua fresca, che danno sollievo con il loro “sgorgare” elegante eppure genuino, fluido e persuasivo. Ti sembra di pensare, e invece stai leggendo. Non so se mi sono spiegata. Comunque sia, è un’impressione bellissima.

Tre famiglie, le cui esistenze si intrecciano lungo un arco temporale che va dal 1934 al ‘68, includendo quindi le imprevedibili conseguenze generate da brani di Storia come l’avvento del nazifascismo con il suo abietto contorno di persecuzioni razziali e deportazioni, la guerra, l’Insurrezione ungherese anti-sovietica del ‘56… E potrei anche accennare alla struttura formale della narrazione, così meravigliosamente dinamica con il suo accendersi e spegnersi di punti di vista sempre diversi, che conferisce al testo l’ampio respiro di un romanzo corale… Ma, a ben vedere, credo che tutti questi elementi non aggiungano niente a quella che mi pare essere la vera essenza del romanzo: l’esperienza del passato, e la tirannia del ricordo.

Via Katalin rappresenta il fulcro attorno a cui si calcificano gli echi di un passato comune che “tiene in ostaggio” i vari personaggi (defunti compresi), intenti alla strenua - e vana - ricerca di un altrove perduto all’interno del qui e ora. E proprio di “legge degli altrove” parla Bàlint, uno dei protagonisti maschili: una legge severa, «che non rappresentava mai ciò che era reale», costringendo la memoria ad un disperato pendolarismo tra presente e passato e dando la sensazione di abitare una perenne illusione in cui i piani temporali si sovrappongono, cancellando ogni possibile realtà.

E’ un passato vivo, tenace; che si attacca ai muri, alle cose, agli odori («Gli odori, - pensò Henriett. - Gli odori tra i cuscini, tra i camici, sugli abiti. Ancora una volta, per l’ultima volta, poi mai più sarebbe stato così, sarebbero sopravvissuti solo dentro di lei, come in un sogno»). Uno dei fatti più drammatici del romanzo accadrà proprio a causa dell’attrazione esercitata da alcuni banali oggetti d’uso quotidiano - un camice bianco, degli asciugamani, uno sgabello decorato… - , visti come reliquie di un tempo e un mondo conclusi per sempre, a cui si vorrà dare un ultimo, doloroso - e fatale - saluto.
Un passato che balugina repentino, quando meno te lo aspetti, per tornare a risplendere d’un tratto come i riflessi del Danubio scorti tra le fronde di alberi che non esistono più.

Un passato così profondamente amato da non avere più neanche il coraggio di contraddirlo; da assecondare, invece, alla stregua di un comandamento. E allora non conta più neanche l’amore: conta solo l’ineluttabilità di un ricordo che ha dettato leggi a cui non ci si può - non ci si vuole - sottrarre: «Andavamo incontro alla vita come due compagni di viaggio a bordo di una nave che dio solo sa dove il vento sospinge, che si abbracciano e si raccontano i loro miseri ricordi perché ricordano le stesse cose, conoscono la stessa terraferma e sanno com’era la vita laggiù prima che li strappassero a quei luoghi e li scaraventassero brutalmente in mare aperto…».

Un romanzo sull’identità di vita e memoria, con i loro scarti improvvisi, le loro virate imprevedibili. Da leggere, e ricordare.

«…L’immagine di quel viale alberato apparteneva ai ricordi di ognuno di loro, e così Henriett aveva deciso di tornare il prima possibile per far rivivere le piante, perché senza il viale così com’era il quadro della via sembrava mutilato. “Mentre li abbattono è impossibile, - le aveva detto il Maggiore, - devi aspettare che siano tutti spariti completamente. Solo allora potrai di nuovo piantarli”…» (M. Szabò, Via Katalin)

«…E anche avere ricordi non basta. Si deve poterli dimenticare, quando sono molti, e si deve avere la grande pazienza di aspettare che ritornino. Poiché i ricordi di per se stessi ancora non sono. Solo quando divengono in noi sangue, sguardo e gesto, senza nome e non più scindibili da noi, solo allora può darsi che in una rarissima ora sorga nel loro centro e ne esca la prima parola di un verso…» (R.M. Rilke, I quaderni di Malte Laurids Brigge)

***
Giudizio: ★★★★
Letto per la sfida: 5 donne in 5 mesi

Un salto in libreria:
“La porta”
“La ballata di Iza”

9 chiacchiere

gabriella scrive: Rispondi 16 agosto 2008 - 12:28

Che io adori Magda Szabò credo ti sia ormai più che noto e non mi dilungo, tranne per dirti che è molto bella questa tua recensione centrata sul tema della memoria.
Tengo a dirti invece che anche a me piace moltissimo André Kertész, e mi sono proprio gustata il tuo scritto.
Peccato che in rete si trovi ancora poco, di questo splendido fotografo, bisogna ancora ricorrere ai libri. Ma ne vale davvero la pena.
Questa volta l’Einaudi ha fatto un ottimo lavoro. Bisogna anche dire però che pure le copertine de La porta e di La ballata di Iza erano azzeccatissime, non so se te le ricordi.

aluv3r scrive: Rispondi 16 agosto 2008 - 15:48

bello questo post… mi piace!!!
mi piace anche la nostalgia!!!
lo sai che mi incanto a leggere i tuoi post?
ma sei una maga?!?… BELLO!

PS: finalmente ho finito il libro che leggevo… e nel frattempo che mi arrivino i tuoi, ne leggo un altro della Christie!!! :P

barbottina scrive: Rispondi 16 agosto 2008 - 16:15

gabriella, mi fa davvero piacere che tu l’abbia gradita :-) In fondo, quando un libro piace come è piaciuto questo a me, non è poi così difficile trarne qualcosa di “buono”…è sempre tutto merito del libro! ;-)

Sai che però è la prima cosa che leggo della Szabò? E visto che ora so con certezza che non sarà l’ultima…cosa scelgo come seconda tappa? Iza o La porta? Si accettano suggerimenti!

@aluv3r: una maga?? ehehe….sì, ok, esco allo scoperto! Hai presente la Maga Magò, quella della Spada nella roccia? Brontolona, cattivella e antipatica? Ecco appunto: io sono quel tipo di “maga” lì :-P

gabriella scrive: Rispondi 16 agosto 2008 - 19:02

Nell’ordine: La porta e poi La ballata di Iza.
Ma anche invertendo l’ordine, la qualità rimane sempre eccellente.

Capitano scrive: Rispondi 18 agosto 2008 - 13:57

Sono tornato dai miei viaggi… tu dove sei?

Non scomparire… lettrice ungherese!!

BUENA VIDA

p.s. io in Ungheria ci sono stato due volte!!

giulia scrive: Rispondi 21 agosto 2008 - 09:17

Vedo che condividiamo l’amore per questi autori… Giulia

Valentina scrive: Rispondi 23 settembre 2008 - 18:44

Ho vissuto in Ungheria e trovo che gli scritti della Szabo corrispondono perfettamente all’animo malinconico e nostalgico degli Ungheresi..che ancora festeggiano l’indipendenza dall’impero austriaco perchè preferiscono non menzionare quello che è venuto dopo…
Avreste qualche titolo da consigliare??
sono alla peenne ricerca di libri emozionanti come questi!
grazie, ciao!

barbottina scrive: Rispondi 23 settembre 2008 - 21:19

@Valentina: benvenuta :-)
La mia conoscenza della letteratura ungherese purtroppo è ancora molto limitata, avendola “scoperta” da poco… Perciò, così su due piedi mi viene in mente solo Sàndor Màrai, in cui ho riscontrato quella tendenza alla malinconia e alla nostalgia di cui parli, portata a delle vette se possibile ancor più alte rispetto a quanto accade con la Szabò: però mi rendo conto che come consiglio è forse un po’ troppo scontato, e con ogni probabilità lo conoscerai già benissimo…

Io ho in coda di lettura Harmonia Caelestis di Peter Esterhazy: lo conosci già? Non so dirti niente di più preciso su questo libro, non avendolo ancora iniziato, ma per curiosità ti lascio il link alla scheda: http://www.feltrinellieditore.it/SchedaLibro?id_volume=5000490

Speriamo che qualcuno si faccia avanti per consigliarti qualche altro titolo, magari più pertinente! ;-)

Andrea scrive: Rispondi 5 ottobre 2008 - 13:33

Consiglio vivamente “Il viaggiatore e il chiaro di luna” di Antal Szerb, e/o, 1997, tradotto da Bruno Ventavoli (il traduttore di Magda Szabó. Spero che ci sia ancora qualche copia disponibile sul mercato.:-)