E ora? Che fare? (interrogativi accademici)

Si può prendersi il raffreddore a fine luglio? Eccome se si può: sto uno schifo.
Poco male, comunque, dato che la mia occupazione part-time come cameriera “a chiamata”, ultimamente, stenta: per il turismo di Firenze è un gran periodaccio, sissignori; cominciano a lamentarsi anche i tassisti, il che è tutto dire. Va bè, insomma, per un motivo o per un altro, oggi è stata una giornata particolarmente sfaccendata. Talmente sfaccendata che, tra una fetta di cocomero e una soffiata di naso, mi è venuta la bislacca curiosità di affacciarmi al sito della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Firenze, in pena (più per cortesia che per altro) per la mia carriera universitaria, di cui non avevo notizie da tempo immemorabile.

Ora, dovete sapere che la mia non è una normale carriera universitaria (quando nella mia esistenza scoprirò qualcosa di “normale”, prometto che sarete i primi a saperlo): piuttosto, la definirei una sorta di Via Crucis accademica, con l’aggravante dell’infinitezza. Langue tra la vita e la morte da anni, in attesa solo di un mio cenno risolutivo: costruttivo o distruttivo non importa, purché sia definitivo; e come darle torto?
Ricordo ormai a malapena cosa significhi “dare un esame”. In compenso, tutte le energie che avrei dovuto impiegare nello studio, le ho dirottate verso un’altra, spassosa occupazione: incasinare all’inverosimile il mio curriculum accademico (va detto, modestia a parte, che in questo campo mi meriterei la Lode). Migrazione dal vecchio al nuovo ordinamento, sconsiderate modifiche al piano di studi, passaggi e contro-passaggi tra diversi corsi di laurea e/o indirizzi…. Per farla breve, dopo una lunga (ma lunga eh) militanza nelle file di Italianistica, eccomi tornata in quelle di Storia e tutela dei beni artistici (già Storia dell’arte, da cui tutto ebbe inizio). E’ decisamente giunta l’ora di chiedersi: e ora?, che fare?

Il passaggio da Italianistica a Storia dell’arte - ufficializzato, con mio sommo stupore, proprio in questi giorni - non è stata poi un’idea così brillante: da 150 crediti che avevo (su 180 necessari per il “diploma di laurea”), me ne hanno riconosciuti poco meno di 80. Prevedibile, considerata la diversità di classe disciplinare, ma non per questo meno sconcertante (un giorno scriverò un libro; ho già in mente il titolo: “Lo Zen e l’arte di tirarsi la zappa sui piedi”). A questo punto, è d’uopo un ultimatum: o lascio ufficialmente e definitivamente, o finisco.

Ecco alcuni dei molesti interrogativi tra-me-e-me che presumibilmente mi accompagneranno nei giorni a venire (notti incluse): perché rimettersi a studiare? non sarebbe un’immane perdita di tempo? che utilità pratica può avere, ormai? sì, è vero, ma chi se ne frega dell’utilità pratica! te n’è mai importato qualcosa dell’utilità pratica? no. ecco appunto. che sei un’irresponsabile ormai è risaputo, non c’è più nessuna apparenza da salvare. mh, sì, forse meglio così. e poi a me l’arte mi fa talmente bene: non sarebbe bello rimettersi a studiarla? e le soddisfazioni genuine che solo lo studio sa dare, te le sei dimenticate? non ti mancano un po’? quella sensazione esaltante di quando senti che la mente carbura a dovere, e snocciola pensieri lucidi e brillanti…te la ricordi? e la sana adrenalina degli esami? già, ma ricominciare a studiare dopo tutti questi anni…sarò in grado? e se mi si fosse già incartapecorito il cervello? e se non fossi all’altezza della “me stessa” di allora? probabile. ah ma allora vorresti rinunciare solo per paura di uno smacco? non va mica bene! se le cose stanno così, proprio per questo dovresti riprovarci! o forse no? che poi scusa eh, ma lo studio fine a se stesso, senza altro obiettivo se non l’arricchimento personale, non ti sembra una cosa ancor più affascinante? più inutile, vorrai dire! no no, intendevo proprio “più affascinante”. Ah ok: se lo dici tu.

(…io continuo, intanto buonanotte).