Bohumil Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa

  • Da trentacinque anni lavoro alla carta vecchia ed è la mia love-story. Da trentacinque anni presso carta vecchia e libri, da trentacinque anni mi imbratto con i caratteri, sicché assomiglio alle enciclopedie, delle quali in quegli anni avrò pressato sicuramente trenta quintali, sono una brocca piena di acqua viva e morta, basta inclinarsi un poco e da me scorrono pensieri tutti belli, contro la mia volontà sono istruito e così in realtà neppure so quali pensieri sono miei e provengono da me e quali li ho letti….

Inizia così “Una solitudine troppo rumorosa” di Bohumil Hrabal.
Mi riesce difficile dare un giudizio su questo breve testo (poco meno di 90 pagine), considerata la fatica che ho fatto per leggerne i primi due terzi; l’ultima parte, invece, è scesa giù in un battibaleno: dolorosa e amara, si è fatta leggere con la fronte aggrottata, trattenendo il fiato. E’ un libro senza dubbio inconsueto, una “fiammata” impetuosa (fin troppo, per i miei gusti e le mie abitudini), che brucia troppo in fretta: io non ho fatto in tempo ad abituarmi, ad entrare sufficientemente in sintonia col suo stile vagamente delirante. Per questo, forse, ha finito per non convincermi del tutto.

Si tratta di un racconto in prima persona, un monologo serrato (periodi lunghissimi, pagine dense, senza l’ombra di un a-capo) e visionario. La voce narrante è quella di Hanta, un uomo che ha passato gran parte della sua vita lavorando ad una pressa meccanica, a Praga, con cui distruggere carta e libri destinati al macero: dalla carta intrisa di sangue proveniente dai macelli, a Kant.
Hanta - “spaccone dell’infinito e dell’eternità” - è istruito “contro la sua volontà”, e ama i libri di un amore quasi carnale, che, come ogni passione esagerata, ha in sé un potere distruttivo, divorante.

beckmann, sinagoga
Max Beckmann, Sinagoga

Di giorno Hanta lavora nel suo magazzino sotterraneo (difficile non pensare al “sottosuolo” di dostoevskijana memoria) popolato da topi, visioni letterarie e “filosofiche”, zingare, mosche e birra. Fiumi di birra. Di notte si rifugia in una casa che negli anni si è trasformata in una sorta di sudicia cattedrale, stipata all’inverosimile con i libri che, negli anni, Hanta ha “salvato” dalla distruzione, e che hanno finito per rubargli lo spazio vitale, fino a divenire una presenza quasi minacciosa, una “spada di Damocle”. La solitudine che lo circonda è “rumorosa” perché affollata di pensieri, di presenze, di frasi “succhiate lentamente” dalle pagine, come caramelle; interrotta solo da rari incontri con un’umanità grottesca, anomala, “sotterranea” quanto e più di lui. E’ un libro claustrofilico, opprimente (non che questo sia un difetto, anzi), compatto come un pacco di carta pressata, in cui non c’è spazio per il benché minimo spiraglio di speranza.

Vi si cela anche una riflessione sull’avvicendarsi di un’epoca all’altra: l’avvento di un tempo dominato dall’imperativo della “produttività”, che spersonalizza il lavoro e nega alle nuove generazioni la possibilità di imparare a conoscere e sperimentare quelle “gioie minime”, come può essere, nella fattispecie, il ritrovamento di un libro prezioso in mezzo alla carta straccia.

“I cieli non sono umani”, ripete spesso Hanta, così come non lo è la carta immacolata, “disumanamente linda”, intollerabilmente reticente e impassibile.
Una frase, infine, mi ha colpita particolarmente: «…il sole mi accecò gli occhi e io stavo fermo e non sapevo dove andare, nella bufera non mi venne in aiuto un solo testo dei libri sui quali giuravo…»: tutti queste parole di cui ci nutriamo…sapranno, al momento giusto, ricambiare tutta questa nostra spassionata dedizione? Io credo di no. In tutta onestà, mi capita spesso di considerare il “vizio” della lettura come una via alla “perdizione”, piuttosto che ad una generica “salvezza”. Ma continuo a leggere, perché non potrei fare altrimenti. Un po’ come Hanta. E, in fondo, va anche bene così.

***
Giudizio: ★★ ½

Un salto in libreria:
“Le nozze in casa”
“Vuoi vedere Praga d’oro?”
“Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare”

8 chiacchiere

LauBel scrive: Rispondi 8 giugno 2008 - 10:09

questo è uno degli autori della letteratura ceca che mi sono risultati più ostici… devo ammetterne la profondità di contenuti ma, spesso, come hai detto anche tu, è molto complesso riuscire arrivare fino in fondo… belle le tue segnalazioni e molto profonde… come vedi torno dalle tue parti, anzi se ti fa piacere ti linkerei volentieri…

PS
anche io sfogliando le pagine del tuo blog ho avuto l’impressione di essere autrice di qualche post…!
alla prossima!

LauBel scrive: Rispondi 8 giugno 2008 - 10:11

dimenticavo: poi il tuo nick… ero una piccola fan dei barbapapà anche io!!! (custodisco ancora gelosamente un pupazzetto di barbabarba e uno di barbabella… guai a chi me li tocca con tutti i miei 39 anni “suonati”!!!)

#Capitano scrive: Rispondi 8 giugno 2008 - 12:25

Libro sconosciuto…. me lo racconterai!
Ma a proposito, che fine hai fatto? compari, scompari….

BUENA VIDA

giulia scrive: Rispondi 8 giugno 2008 - 18:16

Un libro interessante, ma spesso difficile e ostico. Ho fatto fatica e a tratti mi è sfuggito… Condivido il tuo parere, Giulia

? scrive: Rispondi 11 luglio 2008 - 09:49

Io credo di sì… spesso quando tutto mi appare privo di senso, o quasi, ritrovo nella lettura di qualche libro il filo di Arianna…

ad esempio, da ieri, da quando sono “incappato” nel tuo blog, le tue parole mi stanno lentamente scaldando il cuore e riportando alla “luce”.

Maurizio2 scrive: Rispondi 29 agosto 2008 - 18:07

A me questo libro è piaciuto abbastanza; effettivamente l’approccio può essere un po’ ostico, ma io ho avuto la fortuna di partire da altri libri, più accessibili, nella conoscenza di questo bravissimo scrittore.
Di Bohumil Hrabal ho letto altre storie, con esiti alterni: le cose che più mi hanno colpito sono state l’ultimo racconto della raccolta “Vuol vedere Praga d’oro?” (mi pare si intitolasse “Romanza”, ma non sono sicuro…..la lettura risale ad almeno dieci anni fa ed era una edizione vecchia….) ma soprattutto il meraviglioso, pirotecnico “Ho servito il Re d’Inghilterra”.
Questo, in particolare, è uno dei 3-4 libri che consiglio e regalo più frequentemente.

barbottina scrive: Rispondi 29 agosto 2008 - 23:05

Maurizio, questo qui è un libro che mi ha lasciato molte perplessità, ma in fondo non mi è “dispiaciuto”…l’avrei forse preferito un po’ più lungo, giusto per avere il tempo di entrare in maggiore sintonia con il tono del protagonista e con la difficile atmosfera complessiva…ma chissà, forse così si sarebbe appesantito troppo. Comunque sia, mi è rimasta la voglia di approfondire la conoscenza di Hrabal, prima o poi, e i tuoi consigli mi verranno in aiuto :-)
Che mi dici di “Inserzione per una casa in cui non voglio più abitare”? L’hai per caso letto? A me già solo il titolo mi ha conquistata, per questo mi incuriosisce più degli altri ;-)

Maurizio2 scrive: Rispondi 30 agosto 2008 - 07:05

No, questo non l’ho letto; il prossimo nella mia ideale lista Hrabaliana dovrebbe essere “Treni strettamente sorvegliati”, poi “Inserzione….”.
In questo periodo mi sto dedicando ad Autori italiani: in particolare sto approfondendo Aldo Busi, il cui “Suicidi dovuti” è entrato di diritto nella lista dei più bei libri che ricordi di aver letto nella mia ormai quarantennale esperienza di divoratore di pagine scritte….