Sàndor Màrai, Le braci
In questi giorni - nonostante il progressivo ottundersi, dovuto a questo caldo tropicale, delle mie già di per sé nebbiose facoltà mentali - ho finito “Le braci” di Sàndor Màrai. Stupendo. Davvero. Lasciatemelo dire.
E’ un libro che mi ha sorpresa più di una volta a sorridere di meraviglia, tanto mi pareva sublime ciò che stavo leggendo. E intendo il concetto di “sublime” in senso kantiano, per cui anche il dolore, anche l’attesa infinita e insensata, anche la solitudine più profonda e la sete di vendetta più tirannica divengono, se trattati con la dovuta maestria, sentieri in grado di condurre l’animo umano all’elevazione tipica se non altro di una più lucida consapevolezza circa la propria bizzarra, incommensurabile e inconcludente condizione. Uno di quei libri che si fa fatica a togliersi dalla mente, che insinuano la loro singolare atmosfera nei pensieri fino a rendere impossibile l’inizio di un nuovo libro per diversi giorni.
«Ora che aveva superato la sorpresa si sentiva improvvisamente stanco. Si trascorre una vita intera preparandosi a qualcosa. Prima ci si sente offesi e si vuole vendetta. Poi si attende. Da molto tempo, ormai, attendeva. Non sapeva più a che punto il risentimento e la sete di vendetta si fossero trasformati in attesa.»

«Non credi anche tu che il significato della vita sia semplicemente la passione che un giorno invade il nostro cuore, la nostra anima e il nostro corpo e che, qualunque cosa accada, continua a bruciare in eterno, fino alla morte? E non credi che non saremo vissuti invano, poiché abbiamo provato questa passione?»
L’accadimento che sta alla base di tutta la vicenda è, se vogliamo, abbastanza banale. Ma Màrai riesce a generare una tensione crescente, pagina dopo pagina, dipanando il filo rosso che lega i tre personaggi principali, accomunati da un destino di solitudine, incomprensione reciproca, rinuncia e fuga dalle conseguenze delle proprie azioni. E’ così che prende corpo una sorta di parabola esistenziale in cui c’è spazio per l’amicizia, l’amore, l’odio, la passione, l’onore, il risentimento, l’irrazionalità, l’orgoglio. E dove manca, significativamente, il perdono: proprio questa macroscopica assenza rende il romanzo pienamente e coerentemente “umano”, almeno ai miei occhi. Bellissime le ambientazioni e il modo in cui vengono descritte, con punte di romanticismo sinceramente emozionanti e un controcanto di sensazioni che dipingono il reale più limpidamente di quanto potrebbe fare un quadro.
Tra le cose che mi hanno più colpita, ci sono le similitudini in forma di personificazione che Màrai dissemina nel testo, tutte incredibilmente evocative. L’estate, per esempio, «dietro le persiane chiuse, nel giardino avvizzito e bruciato dall’arsura (…), divampava con le sue ultime forze, come un incendiario che nella sua collera dissennata dia fuoco a tutto prima di fuggire in capo al mondo»; la pigrizia di una vecchia stufa di maiolica bianca, avara di calore, viene descritta così: «[la vecchia stufa] irradiava un calore simile alla benevolenza emanata da una persona pingue e indolente che cerchi di attenuare il proprio egoismo con qualche buona azione poco impegnativa»; o, ancora, la neve invernale sigilla il castello «come un’armata fosca e taciturna che circondi una fortezza assediata»; un castello che è un mondo a sé stante, che racchiude in sé il silenzio «come un recluso che vegeti esanime sulla paglia marcescente di un sotterraneo, con la barba lunga, vestito di stracci e coperto di muffe», e nel cui cortile si erge un fico pluricentenario, «simile a un saggio orientale che ormai sappia raccontare solo storie estremamente semplici». Magnifiche, una più dell’altra.
Oltre la metà del romanzo è occupata da un “dialogo per voce sola”: un uomo ormai vecchio, al cospetto dell’amico di tutta una vita, rompe le dighe del suo quarantennale isolamento dal mondo e dal resto degli uomini per inondare una singola notte di ricordi e ragioni, alla luce tenue e incostante di quelle “braci” inestinguibili che hanno saputo attendere pazientemente il momento per generare un’ultima, liberatoria fiamma. Una notte in cui ai ricordi, ai dubbi e agli interrogativi si alternano inevitabili riflessioni sulla condizione umana, dotate di una forza ed intensità tali da andare ben oltre i fatti narrati.
Tra queste, ce ne sono alcune che decretano la fatale insufficienza delle parole nei confronti di quell’incerto e inestricabile groviglio che è il senso di ogni vita umana.
«Alle domande più importanti si finisce sempre per rispondere con l’intera esistenza. Non ha importanza quello che si dice nel frattempo, in quali termini e con quali argomenti ci si difende. Alla fine, alla fine di tutto, è con i fatti della propria vita che si risponde agli interrogativi che il mondo ci rivolge con tanta insistenza. Essi sono: Chi sei?…Cosa volevi veramente?…Cosa sapevi veramente?…A chi e a che cosa sei stato fedele o infedele?…Nei confronti di chi o di che cosa ti sei mostrato coraggioso o vile?… Sono queste le domande capitali. E ciascuno risponde come può, in modo sincero o mentendo; ma questo non ha molta importanza. Ciò che importa è che alla fine ciascuno risponde con tutta la propria vita. (…) Cosa si può domandare con le parole? E quanto vale la risposta che una persona affida alle parole, invece di esprimerla con la realtà della sua vita?…Vale ben poco».
Insomma: senza dubbio uno dei più bei libri che mi sia capitato tra le mani negli ultimi anni.
***
Giudizio: ★★★★ lode
Un salto in libreria:
“L’eredità di Eszter”
“La sorella”
“Divorzio a Buda”

Ciao!
se ti fa piacere “accettare” un meme passa da me! Metto alla prova la tua (abile) capacità di “fotografa”!
Poi torno per leggere (e commentare) questo post: ti volevo solo avvisare del mio meme per te!
Eccomi di nuovo a te… con calma sono riuscita a leggere il tuo post. quello che trovo particolarmente gradevole è il tuo modo di “contagiare” l’entusiasmo nella lettura soprattutto dal punto di vista stilistico… sai, molti contenuti, seppur appaganti e appassionanti, tendo a dimenticarli con facilità, ma sullo stile… impossibile non “classificare” un autore!
per quanto riguarda Le braci lo metto in lista (ho in programma un salto da feltrinelli entro al max un paio di giorni) e, naturalmente, mi farà piacere scambiare impressioni con te una volta letto!!!
alla prossima!
PS
per lo “scoramento” che dire??? capita ai melanconici animi intellettuali… purtroppo più di quanto si pensi… ma sono contenta nell’apprendere che va un po’ meglio!
Marai è uno dei miei scrittori preferiti in assoluto. Ho letto tutto quello che di suo ha pubblicato Adelphi sinora e aspetto con ansia quelli che ancora pubblicherà (Marai è stato uno scrittore molto prolifico).
Il mio romanzo preferito è forse “La donna giusta” ma i suoi testi che in assoluto mi hanno sino adesso più colpita sono i due volumi autobiografici “Confessioni di un borghese” e “Terra!…Terra!”. Te li consiglio, visto che ti è piacituo tanto “Le braci”.
In questo momento io sto finendo di leggere “Liberazione”, mandato in libreria da Adelphi proprio in questi giorni.
Su Marai ho scritto parecchio, sul mio blog. Se ti va di darci un’occhiata. Però non ci trovi i libri che avevo letto prima che aprissi il blog.
Ciao e grazie :-)
@LauBel: grazie per il photomeme! Cercherò di dedicarmici domani, così da non doverlo rimandare a dopo le vacanze. Mi farai poi sapere cosa ne pensi de “Le braci”…alcune persone lo trovano un po’ ripetitivo ed eccessivamente “decadente”…spero comunque che si riveli una lettura piacevole anche per te!
@gabriella: so bene quanto ti piaccia Marai…sono una tua lettrice affezionata, anche se “silenziosa”! ;) Mi sono decisa a leggere “Le braci” proprio in seguito ad un tuo post dedicato ad un altro suo libro, e ho intenzione di continuare la scoperta della sua opera, pian piano. Grazie per i tuoi sempre preziosi consigli di lettura! Il tuo blog è una miniera d’oro!
Ti ringrazio per le belle parole sul mio blog, anche io ti leggo e finora sono rimasta silenziosa :-)
Ancora a proposito di “Le braci”, sai che c’era un progetto (che purtroppo non si è concretizzato) di farne un film?
Peccato, perchè il cast era di tutto rispetto:
Regia di Milos Forman (quello di “Amadeus”, non so se mi spiego)
Sean Connery e Klaus Maria Brandauer (il grande attore austriaco già interprete del “Mephisto” di Klaus Mann) i due uomini e Wynona Ryder la “lei”.
Un vero peccato che non se ne sia fatto più nulla.
ciao!
è piaciuto tanto anche a me questo libro, tanto da portarmi a leggerne altri di Marai, ma mai nessuno con questa forza, molto belli certo, ma meno sorprendenti. Molto più urbani, chissà magari era un regista d’interni! ;)
lafra
uè ma queste sfide sono treemmmenndeeee!!
grande barbottì
un po’ folle, ma grande!
ah, se ci vai con i regionali in Svizzera, portati pure un mattonazzo che ce la fai!
bacioni
lafra
@gabry: non sapevo del progetto cinematografico naufragato, e sì, è davvero un peccato. Le premesse lasciavano ben sperare eccome! (Wynona Ryder a parte: nei suoi confronti nutro una cordiale quanto inappellabile idiosincrasia)
@lafra: non infierire sulle sfide! Abbi pietà!!! ;)
“mi fa fatica anche esser triste” ^_^ davvero interessante come concetto di pigrizia ^_^
il commento al libro mi ha fatto venire una gran voglia di leggerlo… lo descrivi in modo “contagioso” ;-)
P.S. io sono una freddolosa pazzesca, il caldo lo reggo divinamente, il 15 agosto sono capace di avere i piedi freddi… stamattina a Roma sentivo caldo persino io… O_o
@francy: sì, è proprio una pigrizia senza vergogna, la mia! Però in casi come questo finisce per fare quasi comodo! ;)
Mi hai fatto venire la voglia di leggerlo…
[...] piacere che ho provato leggendo Via Katalin mi ha ricordato molto da vicino quello sperimentato con Le braci di Màrai. In ambedue i casi sono rimasta affascinata dalla grazia ed immediatezza non comuni nel trattare la [...]