Una cosa vale l’altra (Lo straniero di Camus)
- «I lettori veramente buoni sono sempre stati quelli le cui esigenze si sono ristrette a pochissimi libri»,
scrive Herman Hesse nel suo “Una biblioteca della letteratura universale” (gustosa raccoltina di saggi sulla lettura, scoperta per caso su una bancarella, appena ieri, con mia somma gioia).
In linea di massima, concordo con questa affermazione: si possono leggere centinaia di libri (ed è bello e giusto farlo), ma quanti sono, alla fine, quelli che veramente ci “parlano”, quelli in grado di incidere un solco riconoscibile nella memoria e nella sensibilità di ognuno? Pochi. Almeno nel mio caso.
In questo blog, per esempio, “si regalano libri”, e questo è possibile soprattutto perché considero la mia libreria un’entità astratta composta essenzialmente dai libri che ho letto, e non dai libri che possiedo. E c’è una fondamentale differenza tra le due cose. Il “supporto fisico”, il libro in quanto oggetto, lo considero come un mero veicolo al servizio delle idee: nel momento in cui concludo un libro, so che, se aveva qualcosa da insegnarmi o donarmi, quel qualcosa è ormai dentro di me, e non ha certo bisogno del suo corrispettivo tangibile per continuare ad esistere. In questo, sono una “bibliomane” decisamente atipica: affetta da un feticismo anomalo, in grado di abbandonare il “feticcio” adorato in mani altrui senza troppi problemi (anzi: spesso con piacere).
Ma, ovviamente, ci sono alcuni libri di cui non potrei mai disfarmi: quei “pochissimi” di cui parla Hesse, nei confronti dei quali sento una vera e propria “urgenza”. Un’esigenza di saperli sempre a portata di mano, pronti di volta in volta a lenire o ad assecondare i pensieri, o a confortarmi, come un viatico. Tra questi - in prima fila - c’è “Lo straniero” di Albert Camus.
A distanza di otto anni dalla mia prima e unica lettura, due giorni fa ho sentito l’impellenza di rileggerlo, come se non ci fosse stato altro libro in grado di accompagnare determinati pensieri. Mi piace quando accade così, che i libri sembrano “chiamarti”, sceglierti, e non il contrario. L’ho finito in fretta, leggendolo in ogni attimo libero: trangugiato con impeto, come quando si beve velocemente l’acqua in cui si è sciolta una medicina che sappiamo ci darà un’immediato sollievo. E’ bello, bellissimo, quando i libri fanno quest’effetto.
L’incipit:
- Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so. Ho ricevuto un telegramma dall’ospizio: «Madre deceduta. Funerali domani. Distinti saluti». Questo non dice nulla: è stato forse ieri.
Meursault, il protagonista, è uno straniero. Straniero al mondo, a sé stesso, alla sua propria esistenza. Né cinico né infelice (lettura distratta ed errata), bensì: consapevole e indifferente. Preda di una sorta di “anestesia emotiva”, dovuta ad una coscienza esasperata e lucidissima dell’assurdità della condizione umana, che fa sì che ogni sentire si arresti sulla soglia della mera “sensazione”, senza mai raggiungere le profondità del “sentimento”.
«Una cosa vale l’altra», ripete spesso Meursault: se tutto è privo di senso, è come dire che tutto, potenzialmente, può esserne ugualmente dotato. Nessuna scelta potrà più essere determinante né risolutiva, alla luce di questo, nel bilancio di un’esistenza umana. Teoricamente, almeno. (a ben vedere, ciò non è altro che un’espressione di quel “Relativismo” di cui tanto si sente parlare ultimamente e contro cui la Chiesa si scaglia).
Unico, pietoso medicamento in grado di alleviare questa vertigine dinanzi alla latitanza di significati: l’abitudine (ci sono passi illuminanti, nel libro, a questo proposito). Camus, in questo breve romanzo, concretizza in immagini quella che è la sua riflessione sull’Assurdo, che svilupperà in maniera straordinaria nel saggio “Il mito di Sisifo“, pubblicato nello stesso anno (1942).
Una connaturata mancanza di senso che, se da una parte può tradursi in angoscia (l’inquietudine lambirà persino Meursault, privato della libertà nella seconda parte del libro, in pagine intensissime), dall’altra può altrettanto legittimamente mutarsi in liberazione. Forse la serenità dipende proprio da questa ardua e definitiva presa di coscienza (a meno che non si sia credenti: in quel caso tutto acquista un senso, per quanto consolatorio e puramente immaginario). Chissà. E’ un libro che non si dovrebbe neanche provare a riassumere in poche e stentate righe, come queste, mi rendo conto. Ma tant’è.
Pochi altri autori, secondo me, sono stati in grado di riflettere sulla condizione umana con tale limpidezza, coerenza e lucidità, come il Camus de “Lo straniero” e del “Mito di Sisifo”. Se oggi dovessero spedirmi nella classica “isola deserta”, credo proprio che, dovendo scegliere, vorrei questi due libri come unici compagni. In certi casi, un libro non vale, decisamente, l’altro.
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Giudizio: ★★★★ lode
Un salto in libreria:
“La peste”
“La morte felice”
“Il mito di Sisifo”


“Anch’io come tutti, avevo letto dei racconti sui giornali. Ma certo esistevano libri speciali che non ho mai avuto la curiosità di consultare; in essi forse avrei trovato dei racconti di evasione. Avrei saputo che almeno in un caso la ruota si era fermata, che in quel precipitare irresistibile, una sola volta, il caso e la fortuna avevano cambiato qualcosa.”
concordo con te…Camus non mi fa impazzire comunque…mi paice come scrive ma quando si spinge verso la filosofia diventa quasi scontato secondo me…
matte, credo che l’affinità che si prova nei confronti di uno scrittore dipenda molto dal fatto che scriva proprio ciò che ci si vuole sentir dire in un determinato momento: e Camus, nel mio caso, l’ha fatto. Dice ciò di cui sento il bisogno, chiarisce pensieri già miei (forse pensieri scontati, non dico di no. Ma “scontato”, secondo me, non vuol dire necessariamente “sbagliato” :) )
Ogni tanto, però, mi capita di pensare che se fossi più serena (di fatto, non solo di nome), forse potrei concedermi il lusso di detestarlo cordialmente. Chissà! ;)
Grazie..mi dai spunti per riflettere..sulla vita e sulla mia..ignoranza,,con affetto
Holden
già è vero alla fine ognuno legge per motivi diversi infondo…io proprio perchè sono ignorante ;-)
holden e matte: siamo in tre, allora, a “sapere di non sapere”! ;)
No, sul serio: credo che sia proprio indispensabile avere coscienza della propria ignoranza (nel senso letterale di “non conoscenza”).
Se non altro come deterrente nei confronti della presunzione (brutta, bruttissima cosa, la presunzione) e come stimolo alla curiosità e all’apprendimento continui.
Esserne consapevoli significa essere disposti a dubitare, a mettersi in discussione, a ricredersi e a tornare sui propri passi, se necessario.
Tutte cose sacrosante, secondo me :)