Lettere mai spedite #1

Caro A. (l’iniziale puntata non servirebbe, ma fa atmosfera; lasciamola),

riesco a scriverti, nascosta dietro alla certezza che non mi leggerai, che non sai di questo mio angolo nascosto tra migliaia di altri. Scende una pioggia sottile, stasera; svogliata; che pare dire «io scendo eh, ma sia chiaro che non ne ho la minima voglia». La preferirei meno arrendevole, meno assuefatta alla fatalità della caduta. Meno rassegnata. Preferirei piuttosto lampi e tuoni, stasera; violenti e risoluti. Preferirei il coraggio di una tempesta a questa incertezza monotona e codarda, che non osa bagnare la terra. Mi ricorda troppo quella “disperazione calma, senza sgomento“, di cui leggemmo, insieme, tra i versi di Caproni. Mi ricorda troppo me.

Sai, oggi avevo bisogno di colori. Lo sai come sono, che ogni tanto mi prende così: esco dal mio nero cupo per vestirmi di tinte sgargianti. Le mie euforie repentine, te le ricordi? Il mio volermi inventare a tutti i costi la felicità, con quel mio modo irruente e vagamente disperato.
Insomma: per limitare al minimo l’ “impatto ambientale”, mi sono comprata un pigiama: ha i pantaloncini corti fucsia con sopra tante ranocchine verdi; e c’è pure una specie di canottiera, con la ranocchia più grande che dice «you drive me crazy» alla libellula che gli svolazza intorno, e ha gli occhi fosforescenti, la ranocchia, che al buio si illuminano (è inutile che ridi, ce l’ha proprio fosforescenti, giuro, li ho provati! Mi sono chiusa in bagno al buio apposta!).

«Sei buffa», mi avresti detto; mi avresti puntata - immobilizzata, spalle al muro e respiro veloce - con quel tuo sguardo tra il commosso e il divertito, avresti scosso appena quella tua testa nerissima e spettinata, mimando una solenne riprovazione: «Mattarella che non sei altro. Vieni qui. Fatti stringere un po’». Scriverlo è come viverlo, di nuovo, e ancora, e ancora. Mannaggia ai ricordi, Ale. Mannaggia a loro (ecco, uffa, lo sapevo che alla fine mi veniva da piangere…).
Sai cos’è, Ale: è che dopo di te, nella sequenza della mia memoria, è come se si fosse aperto un buco nero, in cui tutto precipita, senza ritorno. I volti dei tanti che ci sono stati tra te e l’oggi, io a malapena li ricordo. Ed è una cosa alquanto sconveniente. Non pare anche a te?
E senti, te la ricordi quella sera in cui mi leggesti una favola? Ero a casa tua, avevo il mal di denti e piangevo, e tra un lamento e l’altro ti chiesi «Ale, me la racconti una storia?». Prendesti un libro, di quelli da bambini: fiabe del bosco, o qualcosa di simile. «Me la puoi leggere in italiano?»: ti prendevo in giro, tu e il tuo romanesco che ti zampillava fuori anche se non volevi; ti canzonavo, solo per il gusto di sentirti ridere. Poi smisi di piangere, e credo che mi addormentai quando ancora stavi leggendo. La mattina dopo ripartii. Fu l’ultima volta che scesi a Roma, da te.

Ok dai, si è fatto tardi. E tu magari già non mi ascolti più da un pezzo. Mi infilo le mie ranocchine nuove e vado a letto. Domattina sveglia prestissimo: operano mia sorella, e ha detto che vuole me, quando si risveglia dall’anestesia. Se non altro domani servirò a qualcosa. Se non altro.
Buonanotte.

…(Ale, me la racconti una storia? Ma lunga eh. Che duri tanto. Tanto così. E anche in romanesco, va bene. Purché sia morbida. E senza lupi).

Le chiacchiere stanno a zero

balpa scrive: Rispondi 15 maggio 2008 - 11:51

ho provato come un brivido sulla schiena, anzi no, era proprio un brivido. mi hai lasciato senza parole.

barbottina scrive: Rispondi 15 maggio 2008 - 18:29

balpa: purtroppo fa lo stesso effetto anche a me, rileggerlo ;)

Però vedi, questo tuo commento mi ha fatto pensare ad una cosa magari scontata ma fondamentale riguardo lo scrivere su un blog: tirarsi fuori questi pezzi di vita e metterli qui, nero su bianco e alla mercé di chiunque, nonostante il male che fanno, lì per lì può sembrare una faccenda quasi masochistica, con poco senso.

E invece. Un senso comincio ad intravederlo.
Per esempio: il tuo esser rimasto “senza parole” ha in un certo qual modo alleviato il mio.

Condividere “brividi”, spartirseli tra i vari avventori di un blog, rende tutto più sopportabile a chi quel “brivido” l’ha sentito per primo e l’ha comunicato.

Mi sa che non sono stata tanto chiara…però un pochino spero di sì :)

#Capitano scrive: Rispondi 15 maggio 2008 - 20:50

Ricordi…

Io ho imparato a lasciare tutto al suo posto. Proprio poco fa mi è arrivato un sms… ma i ricordi pesano.

E per viaggiare ho bisogno di un bagaglio leggero.

Non posso permettermelo.

BUENA VIDA

HermioneGinny scrive: Rispondi 16 maggio 2008 - 13:32

Liberare i ricordi può essere catartico. Smettono di rimanere lì, in un angolo, magari coperti di ragnatele, ad opprimere la “stanza” dell’anima. Liberano spazio, lasciando l’esperienza. Non è facile, ma prima o poi si riesce a guardarli con distacco…

#Capitano scrive: Rispondi 16 maggio 2008 - 22:46

Semplicemente un abbraccio…

BUENA VIDA

barbottina scrive: Rispondi 17 maggio 2008 - 21:45

@Hermione: sono d’accordo. “Liberare” i ricordi fa bene, anche e soprattutto i più dolorosi. Cercare di guardarli “dall’esterno”, quasi come se non fossero realmente tuoi, come se fosse vita d’altri. Solo così, forse, alla fine si può arrivare a valutarli e gestirli con maggiore serenità e lucidità.
Nel dubbio, io continuo a provarci :)

@Capitano: non sai quanto vorrei, anch’io, ricominciare a “viaggiare leggero”…ma non è ancora tempo, e non basta, non basta il mio “averne bisogno”….
Ora che ci penso: sarà un caso che da qualche mese a questa parte ho abbandonato lo zaino per passare al trolley???? Sul serio!
…Meglio buttarla sul ridere, stasera… ;)